Welcome Guest [Log In] [Register]
Active
Search Members Calendar FAQ Regole forum TS
  • Navigation
  • C.L.A.N.
  • →
  • .:: SEZIONE PUBBLICA ::.
  • →
  • SALONE PUBBLICO
  • →
  • L'ombra dell'avvoltoio
Benvenuti nel forum del C.L.A.N..
Se vi registrate con HOTMAIL potreste avere dei problemi nell'abilitazione al forum. Possibilmente iscrivetevi con altri servizi di mail come GOOGLE e YAHOO altrimenti correte il rischio che il forum non vi convalidi in automatico l'iscrizione.

Username:   Password:
Locked Topic
L'ombra dell'avvoltoio; Racconto di Robert E. Howard
Tweet Topic Started: 25 Sep 2007, 04:00 PM (306 Views)
Aulyn 25 Sep 2007, 04:00 PM Post #1
Member Avatar
Neofita di gilda
Posts:
177
Group:
Iscritti
Member
#94
Joined:
6 October 2006
Capitolo 1

"I cani sono stati vestiti e rimpinzati?"
"Sì, Protettore dei Fedeli."
"Allora fateli strisciare alla mia Presenza."

Così condussero gli inviati, pallidi a causa dei mesi di prigionia, davanti al trono sovrastato dal baldacchino, di Solimano il Magnifico, Sultano di Turchia, il più potente monarca in un'era di potenti monarchi. Sotto l'enorme cupola viola della camera reale brillava il trono - rivestito d'oro e intarsiato di perle - davanti al quale il mondo tremava.
Una quantità di gemme degna di un imperatore, era stata cucita nel baldacchino di seta dal quale pendeva un luccicante filo di perle che terminava in un fregio di smeraldi, sospeso come un alone di gloria sopra la testa del Sultano. Eppure la magnificenza del trono impallidiva di fronte allo splendore della figura seduta su di esso, adornata di gioielli, il pennacchio di piume che si levava dal bianco turbante tempestato di diamanti.
Intorno al trono si trovavano i suoi nove Visir, in atteggiamento umile, e i guerrieri della guardia personale imperiale, allineati su una pedana – I Solaks, la Guardia del Sultano in armatura nera e bianca e piume scarlatte ondeggianti sopra gli elmi dorati.

Gli inviati dall'Austria erano del tutto impressionati – tanto più che avevano avuto nove logoranti mesi per riflettere nel sinistro Castello delle Sette Torri che domina il Mare di Marmora. Il capo degli ambasciatori tratteneva la collera e nascondeva il risentimento dietro una maschera di sottomissione – una strana maschera sul viso di Habordansky, generale di Ferdinando, Arciduca d'Austria. La sua testa ispida si levava in modo incongruo dalle sontuose vesti di seta, donategli dallo sprezzante Sultano per essere portato davanti al trono, le sue braccia erano tenute ferme da robusti Giannizzeri.
Così venivano portati al cospetto del Sultano gli inviati stranieri, fin da quell'infausto giorno presso Kossova, quando Milosh Kabilovitch, cavaliere della sconfitta Serbia, aveva ucciso il conquistatore Murad con un pugnale nascosto.
Offline Profile Goto Top
 
Aulyn 26 Sep 2007, 10:23 PM Post #2
Member Avatar
Neofita di gilda
Posts:
177
Group:
Iscritti
Member
#94
Joined:
6 October 2006
Il Gran Sultano fissò Habordansky con scarsa benevolenza. Solimano era un uomo alto e snello, con un naso stretto e a becco e labbra sottili e diritte, i baffi curvi non ammorbidivano l'insieme.
Il suo mento stretto e sporgente era rasato. L'unico accenno di debolezza era nel collo sottile notevolmente curvo, ma quella sfumatura era mascherata dalle linee dure della figura sottile, dal luccichio degli occhi scuri.
C'era in lui più di una traccia del popolo Tartaro, dal momento che era figlio tanto di Selim il Crudele* quanto di Hafsza Khatun**, principessa di Crimea.
Nato per regnare, erede della più grande potenza militare del mondo, era coronato d'autorità e ammantato d'una fierezza che non conosceva uguali al di sotto degli dei.
Sotto il suo sguardo d'aquila il vecchio Habordansky piegò la testa per nascondere la cupa rabbia nei suoi occhi. Nove mesi prima, il generale era arrivato a Istanbul come rappresentante del suo signore, l'Arciduca, con proposte per una tregua e il potere di disporre della corona di ferro d'Ungheria, strappata dalla testa del defunto re Luigi sul campo insanguinato di Mohacz, dove le armate del Gran Sultano si erano aperte la strada per l'Europa. C'era stato un altro emissario prima di lui, Jerome Lasczky, il conte polacco palatino. Habordansky, con la rudezza propria della sua razza, aveva rivendicato la corona ungherese per il suo signore, provocando l'ira di Solimano. Lasczky, come un supplicante, aveva chiesto in ginocchio quella corona per i suoi concittadini a Mohacz.
A Lasczky erano stati offerti onore, oro e promesse di protezione, per i quali aveva pagato con accordi ripugnanti persino per la sua anima avida, vendendo i sudditi del suo alleato come schiavi e aprendo la strada attraverso il territorio assoggettato fino al cuore della cristianità.

Tutto ciò fu fatto giungere all'orecchio di Habordansky, schiumante di rabbia nella prigione alla quale l'arrogante sdegno del Sultano lo aveva designato. Ora Solimano osservava sprezzante il massiccio vecchio generale, rendendo superflua la consueta etichetta di parlare attraverso il portavoce del Gran Visir. Un turco di stirpe reale non si degnerebbe di ammettere di conoscere qualsiasi lingua francofona, ma Habordansky capiva il turco.
Le osservazioni del Sultano furono brevi e senza preamboli.

“Dì al tuo signore che ora sono pronto a fargli visita nelle sue terre e che se lui non mi incontra a Mohacz o a Pest, lo incontrerò dietro le mura di Vienna”.


* N.d.t. Ora viene detto Selim il Ponderato
** N.d.t. Caffa
Offline Profile Goto Top
 
Pallantides 27 Sep 2007, 08:30 PM Post #3
Stakanovista del C.L.A.N.
Posts:
2,901
Group:
Iscritti
Member
#286
Joined:
2 July 2007
Habordansky si piegò, non abbastanza sicuro di sé per parlare. Ad un cenno sdegnoso della mano imperiale, un ufficiale della corte venne avanti e consegnò al generale una piccola borsa dorata
contenente duecento ducati. Gli altri membri del suo seguito, aspettavano pazientemente nell'altro lato della sala, guardati a vista dai giannizzeri con le loro lance. Hardodansky borbottò un ringraziamento, e le sue mani nodose strinsero il dono con esagerato vigore.
Il Sultano ghignò leggermente, ben consapevole che l'ambasciatore gli avrebbe voltentieri lanciato le monete in faccia, se lo avesse osato. Alzò la mano a mò di congedo, ma si trattenne all'improvviso dirigendo lo sguardo verso gli uomini che formavano il seguito del generale...o, più esattamente ad uno in particolare.
Quell'uomo era molto più alto di qualunque altro ci fosse nella sala, robusto, portava sgarbatamente le vesti turche colle quali lo avevano mascherato.Ad un gesto del Sultano fu portato davanti a lui.Solimano lo osservò attentamente. L'abito turco e il voluminoso khalat non riuscivano a celare i muscoli massicci. I suoi capelli rossicci erano tagliati quasi a zero, i suoi baffi biondi e cadenti incorniciavano un mento deciso. Gli occhi azzurri sembravano
stranamente velati; era come se quell'uomo si fosse addormentato in piedi, ad occhi aperti.
-Parli turco?- gli domandò il Sultano. Solimano gli aveva concesso il grande onore di conversare direttamente con lui. Nonostante tutta
la pompa della corte ottomana, il Sultano conservava ancora qualcosa della semplicità dei suoi antenati tartari.
-Si, Sua Maestà.-gli rispose.
-Chi sei?
-Mi chiamano Goffredo di Kalmbach*
Solimano corrugò la fronte e inconsciamente le sue dita arrivarono fino alla sua spalla dove, sotto la tunica di seta, poté notare le cicatrici di una vecchia ferita.
-Non dimentico mai un viso. Ho visto il tuo prima d'ora...in circostanze tali che si è fissato nella memoria. Tuttavia non riesco a ricordare quali furono.
- Ero a Rodi- rispose il teutonico.
- C'erano molti altri uomini a Rodi- replicò seccamente Solimano.
-In effetti- ammise tranquillamente Kalmbach. -Anche De l'Isle Adam era lì-.


*Gottfried von Kaimbach, Kalmbach è nel nord della
Germania, vicino a Dresda (ndr)
Offline Profile Goto Top
 
Pallantides 28 Sep 2007, 11:33 AM Post #4
Stakanovista del C.L.A.N.
Posts:
2,901
Group:
Iscritti
Member
#286
Joined:
2 July 2007
Solimano si irrigidì ed i suoi occhi brillarono sentendo il nome del Gran Maestro dei Cavalieri di San Giovanni, che grazie alla sua accanita difesa della città di Rodi fece perdere al turco sessantamila uomini. Decise, tuttavia, che il franco non era abbastanza sveglio per affidargli qualsiasi confidenza, e congedò con un gesto l'ambasciata. Gli inviati si allontanarono dalla Presenza e l'avvenimento si concluse.
I franchi sarebbero stati scortati fuori da Stambul, e ai più vicini confini dell'impero. L'avvertimento del Turco non avrebbe tardato a giungere all'Arciduca, e presto alle calcagna sarebbero venuti gli eserciti della Sublime Porta. Gli ufficiali di Solimano sapevano che il Grande Turco non si sarebbe accontentato di incoronare Zapolya sovrano di Ungheria, come re fantoccio. L' ambizione di Solimano era di conquistare tutta l'Europa...quel caparbio paese di franchi che per secoli non aveva fatto altra cosa che inviare orde salmodianti e saccheggiatrici verso i paesi dell'Oriente, i quali erano sembrati maturi per la conquista musulmana, e sebbene non siano riusciti a essere vittoriosi, nemmeno si fecero conquistare.
La sera del giorno in cui gli ambasciatori austriaci lasciarono Stambul *, Solimano, meditando seduto sul suo trono, alzò il capo e fece un cenno al suo Gran Visir Ibrahim, che si avvicinò con fare fiducioso. Il Gran Visir era sempre sicuro dell'approvazione del suo signore; del resto non era stato egli un compagno di bevute ed amico d'infanzia del Sultano? Ibrahim aveva solo un rivale che gli disputasse il favore del suo padrone...la giovane russa dai capelli rossicci, Khurrem la Gioiosa, la stessa che tutta l'Europa conosceva come Roxelana. I mercanti di schiavi l'avevano strappata dalla casa di suo padre in Rogatino per essere la favorita dell'harem del Sultano.
-Mi sono ricordato chi era quell'infedele, alla fine-disse Solimano. -Ti ricordi la prima carica dei cavalieri a Mohacz?

*Costantinopoli, che dopo la conquista ottomana del 1453 divenne Stamboul e poi Istanbul
Offline Profile Goto Top
 
Pallantides 29 Sep 2007, 02:57 PM Post #5
Stakanovista del C.L.A.N.
Posts:
2,901
Group:
Iscritti
Member
#286
Joined:
2 July 2007
Ibrahim indietreggò leggermente sentendo l'allusione.
-Oh protettore dei pietosi, è forse possibile che possa dimenticare un'occasione in cui il sangue divino del mio signore è stato macchiato dallo sputo di un infedele?”

-Allora rammenti che trentadue cavalieri, i paladini del Nazareno, si diressero pericolosamente tra le nostre linee, che ciascuno di loro impegnò la propria vita per distruggere la nostra* persona? Per Allah, cavalcarono come uomini diretti ad un matrimonio fastoso, coi loro grandi cavalli e lunghe lance colpivano tutti quelli che gli si opponevano, e le loro armature erano dell'acciaio più solido. Caddero quando gli arcieri colpirono fino a che non ne rimasero solo tre in sella, il cavaliere Marczali e due compagni. Questi paladini hanno ridotto il mio Solak** come grano maturo, ma Marczali ed uno dei suoi compagni caddero quasi ai miei piedi.

-Tuttavia è rimasto un cavaliere, benché il visore del suo elmo sia stato strappato e avesse perso molto sangue. Cavalcò verso di me, oscillando la sua spada a due mani e giuro sulla barba del Profeta, che mi sono sentito così vicino alla morte che già sentivo il fiato infuocato di Azrael sul mio collo!

-La sua spada brillava come un fulmine nel cielo, e dando uno sguardo dal mio elmo, rimasi così mezzo stordito che del sangue mi zampillava dal naso, ruppe il maglio sopra la mia spalla e mi fece questa ferita, che mi dà noie ogni volta che piove. I giannizzeri che si trovavano attorno a lui tagliarono i ganci della sua sella, questo lo fece cadere a terra, e i resti del mio Solak mi diedero delle noie al punto di esser costretto a ritirarmi dallo scontro. Allora il signorotto ungherese si alzò, e non vidi cosa ne fu del cavaliere. Ma oggi l'ho rivisto ancora.

Ibrahim cominciò a replicare con un'esclamazione d'incredulità.

-No, non potrei sbagliarmi su quegli occhi azzurri. Come sia accaduto non lo so, ma il cavaliere che mi ferì a Mohacz era quel teutone, Goffredo di Kalmbach.

-Ma, difensore della Fede-protestò Ibrahim, -le teste di quei cani-cavalieri furono ammassate poco lontano dal tuo padiglione reale...

-E le ho contate e non dissi niente allora, affinché gli uomini non dessero la colpa a te- rispose Solimano. - Ce n'erano solo trent'uno. La maggior parte era così mutilata che potrei dire poco delle caratteristiche. Ma in qualche modo l'infedele era scappato, quello che mi diede questo colpo. Adoro gli uomini coraggiosi, ma il nostro sangue non è così comune al punto che un non credente possa farlo zampillare per terra e farlo leccare ai cani senza essere punito. Assicurati che sia fatto.

Ibrahim omaggiò profondamente e si ritirò. Seguì il percorso attraverso i vasti corridoi fino a un alloggiamento tinto di azzurro con finestre incurvate d'oro che davano sullevaste gallerie, protette dal cipresso e da giganteschi alberi, rinfrescati dagli spruzzi di fontane d'argento. Qui per una convocazione venne un certo Yaruk Khan, un Tartaro di Crim, una figura impassibile con occhi esperti adornato di un collare coperto di uno strato di pelle e di bronzo brunito.

Fratello cane,- disse il Visir,- il tuo offuscato koumiss segna il marchio dell'alto signore teutone che servì l'emiro Harbodansky, il signore coi capelli simili alla criniera di un leone?

*plurale maestatis

** armatura turca
Offline Profile Goto Top
 
Pallantides 4 Oct 2007, 03:39 PM Post #6
Stakanovista del C.L.A.N.
Posts:
2,901
Group:
Iscritti
Member
#286
Joined:
2 July 2007
-Si, di colui che è chiamato Gombuk.

- Proprio quello. Porta con te un branco dei tuoi fratelli cani e va' dai franchi. Portaci indietro quell'uomo e sarai ricompensato. Gli inviati sono sacri, ma questa non è una faccenda ufficiale- aggiunse cinicamente.
- Ascolto ed obbedisco!- con un inchino così profondo come se si fosse trovato davanti allo stesso Sultano, Yaruk Khan uscì dalla vista del secondo uomo più potente dell'impero.
Ritornò diversi giorni dopo, tutto impolverato e macchiato e senza la sua preda. Ibrahim gli rivolse un'occhiata minacciosa e il tataro si prostrò davanti ai cuscini di seta dove stava seduto il Gran Visir, all'interno della camera azzurra con le finestre arcuate d'oro.
-Gran Khan, non permettere che la tua rabbia distrugga il tuo servo. La colpa non fu mia, per la barba del Profeta.
-Alzati sulle tue luride gambe e sputa fuori la verità- ordinò Ibrahim.
-E' successo questo, mio signore- cominciò Yarukl Khan. -Cavalcavo rapidamente, visto che i franchi e la loro scorta erano partiti da molto, e proseguii senza sosta anche di notte, finché non li raggiunsi il mezzodì seguente. Però Gombuk non era tra loro e quando chiesi di lui, il paladino Harbodansky rispose solo con grosse imprecazioni, come il tuonare di un cannone. Allora mi rivolsi a quelli della scorta che comprendono la lingua di quegli infedeli e appresi cosa avvenne. Nonostante questo voglio dirti mio signore che ripeto solamente le parole dello Spahis della scorta, che sono uomini senza onore e che mentono come...
-Come un tataro...-disse Ibrahim.
Yaruk Khan accolse il complimento con un'ampia smorfia cagnesca e continuò
-Mi hanno raccontato questo. All'alba Gombuk se n'era andato a cavallo, e l'emiro Harbodansky gliene chiese la ragione. Aloora Gombuk rise alla maniera dei franchi -huh! huh! huh!..- così. E disse - La mia lealtà nel prestare un buon servizio presso di voi è stata ricompensata con nove mesi di prigioni turche. Solimano ci ha dato un salvacondotto per oltrepassare il confine e non sono tenuto a cavalcare con te.
-Cane!- urlò l'emiro -C'è guerra nell'aria e l'Arciduca ha bisogno della tua spada.
-Il diavolo se lo mangi, l'Arciduca!-rispose Gombuk -Zapolya è un cane perché se ne sta a Mohacz e permette che noi, suoi alleati veniamo tagliati a pezzi, ma anche Ferdinando è un cane. Quando sarò senza denaro gli offrirò il mio servizio. Ora ho duecento ducati e queste vesti che posso vendere a qualsiasi ebreo per una manciata d'argento, e possa il diavolo mordermi se offro nuovamente la mia spada ad un qualsiasi uomo al quale io debba un solo penny. Andrò nella più vicina taverna cristiana, e tu e l'Arciduca potete andare anche al diavolo.
Allora l'emiro lo maledisse con molte imprecazioni e Gombuk se ne andò ridendo, huh! huh! huh! e intonando una canzone riguardante un insetto di nome...
-Basta!- Il viso di Ibrahim si fece contratto dalla rabbia. Si tastò selvaggiamente la barba, riflettendo sull'allusione di Mohacz, Von Kalmbach aveva praticamente confermato il sospetto di Solimano. Il pensiero di trentuno teste quando dovevano essercene trentadue fu qualcosa che nessun sultano turco poteva tralasciare. Degli ufficiali avevano perso il loro grado e le loro teste per molto meno. La maniera in cui Solimano aveva agito mostrava un'incredibile predilezione e considerazione verso il suo Gran Visir, ma Ibrahim, bencheé sia inutile ripeterlo, era perspicace e non desiderava che nessun ombra, né la più leggera, si intromettesse tra lui e il suo sovrano
Offline Profile Goto Top
 
Pallantides 4 Oct 2007, 09:26 PM Post #7
Stakanovista del C.L.A.N.
Posts:
2,901
Group:
Iscritti
Member
#286
Joined:
2 July 2007
-Non potevi seguire la sua pista, cane?- domandò.
-Per Allah- giurò inquieto il tartaro - andava alla velocità del vento. Oltrepassò la frontiera ore prima del mio arrivo. Ho provato a seguirlo il più velocemente possibile...
-Ne ho abbastanza delle tue scuse- lo interruppe Ibrahim.-Cerca Mikhal Oglu e digli che venga.
Il tartaro ripartì dopo averlo ringraziato. Ibrahim non era molto tollerante quando un uomo falliva nella missione affidatagli.
Il Gran Visir meditava cupamente, seduto sui cuscini di seta, quando l'ombra di due ali di avvoltoio si estese sul pavimento marmoreo. La magra sagoma di colui che aveva fatto chiamare si prostrò davanti a lui. Il personaggio il cui solo nome faceva tremare di orrore tutta l'Asia occidentale parlava con voce dolciastra e si muoveva con la leggerezza di un gatto; ma la malvagità assoluta della sua anima traspariva in ognuna delle sue sinistre azioni e faceva brillare i suoi occhi obliqui e stretti.
Era il leader degli Akinji, crudeli cavalieri che con i loro raid ripartivano terrore e devastazione per tutte le regioni situate oltre le frontiere del Grande Turco. Portava la corazza e l'elmo ricoperti di gemme; le grandi ali di avvoltoio erano state fissate alle spalline della sua cotta di maglia dorata. Quelle ali si spiegavano al vento quando lanciava al galoppo il suo destriero; le ombre della morte e la distruzione si acquattavano sotto le sue piume. Era la punta della scimitarra di Solimano, il più illustre assassino di una nazione di assassini, che si trovava in presenza del Gran Visir.
-Non tarderai a precedere gli eserciti del nostro signore per le terre degli infedeli, gli annunciò Ibrahim. Riceverai sempre lo stesso ordine: sconfiggi e non risparmiare nessuno. Devasterai i campi ed i vigneti dei caphars*, incendierai i loro villaggi, trafiggerai i suoi uomini e condurrai via le loro donne. Le terre che saranno davanti ai nostri eserciti vittorioso gemeranno di dolore ai tuoi piedi.
-Sono notizie molto gradevoli da sentire, favorito di Allah- rispose Mikhal Oglu con la sua voce soave e delicata.
-Tuttavia, c'è un'altra missione nella missione- proseguì Ibrahim, fissando l'akinji. -Conosci il teutonico Von Kalmbach?
-Si.... Gombuk, come lo chiamano i tartari.
-In effetti...Il mio ordine è il seguente: siano quanti siano quelli che combattano o fuggano, vivano o muoiano...quell'uomo non deve vivere. Cercalo e smascheralo, dovunque sia, dovesse la sua ricerca portarti ai confini del Reno. Quando mi porterai la sua testa, la tua ricompensa sarà tre volte il suo peso in oro.
-Ascolto e ubbidisco, mio signore. Dicono che si tratta del figlio errante di una nobile famiglia germanica. La sua perdita sarà dispiaciuta solo al vino e alle donne. E c'è chi afferma che in altri tempi fu un cavaliere di San Giovanni prima di dover lasciare l'Ordine per le sue sbornie e...
-Cerca di non sottovalutarlo- tagliò Ibrahim con tono severo. -Può darsi che sia un beone, ma non si può disprezzare un uomo che lottò al fianco di Marczali. Non lo dimenticare!
-Non ci sarà tana nella quale possa occultarsi da me, oh favorito di Allah- dichiarò Mikhal Oglu..-Non ci sarà notte abbastanza oscura, né bosco abbastanza fitto da nasconderlo. Se non ti porterò la sua testa, che egli invii la mia.
-E' sufficiente!- disse Ibrahim con un sorrido, accarezzandosi la barba, ben compiaciuto.-Hai il mio permesso di ritirarti.
La sinistra sagoma di ali d'avvoltoio uscì dalla sala azzurra con passo leggero e silenzioso. Ibrahim non aveva il minimo dubbio che aveva mosso i primi passi in una lotta accanita che si sarebbe protratta per anni ed in paesi lontani, turbinando in lati oscuri fino a ridisegnare i troni e i regni e le donne di rossa chioma più belle delle fiamme dell'inferno.

*di norma, quelli che non pagavano i tributi all'emiro, ma i turchi solevano chiamare con questo nomignolo dispregiativo tutti i cristiani

:brindisi: FINE PRIMO CAPITOLO :brindisi:
Offline Profile Goto Top
 
Leafwind 16 Oct 2007, 10:29 PM Post #8
Member Avatar
Membro partecipe
Posts:
1,014
Group:
Iscritti
Member
#391
Joined:
10 October 2007
Capitolo 2



In una piccola capanna, in un villaggio non lontano dal Danubio, si udiva un russare vigoroso nel punto in cui giaceva una figura spaparanzata sopra un mantello logoro, che era stato gettato alla bell'e meglio su un cumulo di paglia. Si trattava del paladino Goffredo di Kalmbach, che dormiva il sonno dell'innocenza e dell'alcool. La veste di velluto, i voluminosi pantaloni di seta, il khalat* e gli stivali zigrinati (vari doni di un sultano sprezzante) erano svaniti per non lasciare tracce. Il paladino era vestito di cuoio consunto e maglia arrugginita. Una mano lo strattonò, interrompendo il suo sonno, ed egli imprecò pigramente.

"Sveglia, mio signore! Oh, svegliati, mio buon cavaliere... mia carogna... cane... insomma, ti vuoi svegliare?"

"Riempimi il boccale, oste," mugugnò il dormiglione. "Chi...?--cosa? Che tu sia sbranata dai cani, Ivga! Non ho più un soldo, fa' la brava e lasciami dormire."

La ragazza ricominciò a strattonarlo e a scuoterlo.

"Zuccone! Alzati e rimettiti in sesto! Sta accadendo qualcosa là fuori!"

"Ivga," mugugnò Goffredo, tirandosi via dai suoi assalti, "porta la mia borgognotta** dall'Ebreo. In cambio ti darà denaro sufficiente da ubriacarti di nuovo."

"Stupido!" pianse disperata. "Non mi interessano i soldi! L'intero est è in fiamme e nessuno sa nulla a riguardo!"

"Ha cessato di piovere?" chiese Von Kalmbach, cominciando finalmente ad interessarsi degli avvenimenti.

"La pioggia ha smesso ore fa, si sentono solo le gocce che cadono dal tetto di paglia. Raccogli la tua spada e vieni fuori, gli uomini del villaggio si sono tutti ubriacati con le tue ultime monete d'argento e le donne non sanno cosa fare. Ah!"

L'esclamazione scaturì dall'improvvisa intensità di una strana luce che brillò attraverso le fessure della capanna. Il Teutonico scattò in piedi, un po' barcollante, indossò rapidamente lo spadone a due mani e assicurò fermamente la borgognotta ammaccata sui propri riccioli rasati, quindi seguì la ragazza in strada: lei era una cosuccia esile, con i piedi scalzi, vestita soltanto con un indumento corto simile ad una tunica, attraverso gli strappi del quale baluginavano porzioni generose di pelle candida.

Pareva non vi fosse anima viva nel villaggio, nessuna luce faceva mostra di sè da nessuna parte. L'acqua colava insistentemente dalle gronde dei tetti di paglia, le pozzanghere splendevano nere nelle strade fangose. Il vento sospirava e si lamentava paurosamente attraverso i neri rami fradici degli alberi, i quali stringevano il piccolo villaggio come muri fatti di oscurità, e a sud-est, torreggiante ancor più in alto nel cielo plumbeo, si ergeva il sinistro bagliore cremisi che ardeva le nuvole cariche di pioggia; la giovane Ivga si accoccolò vicino l'imponente Teutonico, piagnucolando.

"Te lo dico io cosa è quello, ragazza mia," disse lui, scrutando attentamente il bagliore. "Sono i demoni di Solimano. Hanno attraversato il fiume e stanno incendiando i villaggi. Già, non è la prima volta che vedo queste luci nel cielo. In verità mi aspettavo che agisse prima, ma queste dannate piogge che ci hanno tormentato per settimane devono averlo tenuto a bada. Si, sono gli Akinji, per forza, e non si fermeranno in questa parte di Vienna. Ascolta: tu, ragazza mia, va' rapidamente e in silenzio alla stalla dietro la capanna e porta qui il mio stallone grigio, così sgusceremo via come topi fra le dita del diavolo. Il cavallo potrà trasportarci entrambi, con facilità."

"Ma la gente del villaggio!" singhiozzò lei, torcendosi le mani.

"Eh, beh," disse lui, "Dio li faccia riposare in pace; gli uomini hanno bevuto la mia birra con valore e le donne sono state gentili con me... Ma, per le corna di Satana, ragazzina, il mio ronzino non riuscirà a caricarsi un intero villaggio!"

"Vai tu!" replicò lei. "Io rimarrò qui a morire con la mia gente!"

-------------------------------------------------------------------------

*Khalat: [size=1]è una larga veste di seta o cotone a maniche lunghe comune nell'Asia Centrale, nell'Iran e nel nord dell'India, indossata sia da uomini che da donne, sebbene in stili differenti. Storicamente, i khalat particolarmente adornati erano utilizzati come onorificenze, come spesso accadeva per i mantelli.[/size]

*Borgognotta: [size=1]elmo del tardo medioevo, spesso accompagnato da una corazza di piastre.[/size]
Offline Profile Goto Top
 
Pallantides 17 Oct 2007, 08:25 AM Post #9
Stakanovista del C.L.A.N.
Posts:
2,901
Group:
Iscritti
Member
#286
Joined:
2 July 2007
-I turchi non ti ammazzeranno- rispose lui. -Ti venderanno a qualche vecchio e grasso mercante di Stamboul, che non farà altro che picchiarti. Non resterò qui a farmi tagliare in due, e penso neanche tu...-.
Un orribile grido della ragazza interruppe il suo discorso, e scorse il più abietto terrore nei suoi occhi fiammeggianti. Nello stesso istante, una capanna nell'altro lato del villaggio divenne preda delle fiamme, e ardeva lentamente. Un concerto di grida ed ululati feroci seguirono all'urlo della ragazza. Alla luce delle fiamme c'erano sagome che ballavano e coprivano la piccola muraglia di fango che l'ebbrezza e la negligenza dei campagnoli avevano lasciata abbandonata.
-Dannazione!- grugnì. -Quei maledetti sono già qui. Si sono avvicinati alla città protetti dall'oscurità...muoviti ragazza!-
Ma non appena afferrò il bianco polso della giovane per trascinarla con se', la ragazza gridò e lottò, cercando di divincolarsi, graffiandolo come una gatta selvaggia, impazzita dalla paura. In quel preciso momento, il muro di fango crollò vicino a loro. Cedette ricevendo l'impatto con alcuni cavalli, e i cavalieri si lanciarono al galoppo per le viuzze del condannato villaggio. Le loro sagome si ritagliavano nitidamente sullo crescente splendore dell'incendio. Le capanne ardevano ovunque, le urla si elevavano mentre gli invasori cacciavano fuori dalle case le donne e gli uomini per tagliar loro la gola. Goffredo vide le sottili sagome dei cavalieri, la lucentezza delle fiamme riflettersi sulle corazze, vide le ali di avvoltoio sulle spalle del primo.
Riconobbe Mikhal Oglu e lo vide sollevarsi sulla sella segnalarlo ai suoi con un dito.
-Ammazzatelo, cani!- urlò l'Akinji, la sua voce non era più soave, ma stridente come il rumore di una spada quando viene sguainata.
-E' Gombuk! Cinquecento asperi all'uomo che mi porterà la sua testa!-
Con una bestemmia Von Kalmbach si lanciò verso le ombre della capanna più vicina, trascinando con se' la giovane che non smetteva di gridare dal terrore. Nel momento in cui saltava sentì scoccare la corda di un arco. Ivga sciolse un rauco lamento e precipitò debolmente ai suoi piedi. Alla luce delle fiamme vide l'estremità piumata di una freccia che tremava ancora sotto il cuore della giovane. Con un sordo lamento, si girò verso i suoi assalitori, come un orso feroce.
Rimase nella stessa posizione alcuni istanti, con le gambe separate ed un aspetto aggressivo, impugnando l'immensa spada con entrambe le mani, e poi, come un orso che evita di combattere contro troppi cacciatori, si girò e fuggì nella capanna. Le frecce sibilavano attorno a lui, alcune rimbalzavano sugli anelli della sua cotta. Non ci furono spari, la cavalcata attraverso quel bosco trasudante di pioggia aveva bagnato e reso inutile la polvere da sparo dei cacciatori.
Von Kalmbach si fermò dietro la capanna, attento alle grida che sentiva dietro di lui. Raggiunse la stalla dove si trovava il suo stallone grigio. Appena raggiunse la porta, qualcuno grugnì come una pantera nella quasi totale oscurità e si avvicinò ferocemente a lui. Parò il colpo alzando la spada e contrattaccò con tutta la forza delle sue poderose spalle. La lunga spada si abbatté dall'altezza dell'elmo levigato dell'Akinji fino al suo usbergo, mozzandogli il braccio all'altezza della spalla. Il musulmano crollò con un gemito, e il germanico balzò sopra il suo corpo inerme.
Lo stallone grigio, pazzo di terrore ed eccitazione, nitrì fortemente e si impennò quando il suo padrone saltò in groppa. Non c'era tempo per sellarlo e imbrigliarlo. Goffredo inchiodò gli speroni sui fianchi del potente animale e fuggì attraverso la porta con la velocità di un fulmine, abbattendo uomini a destra e manca come birilli. Il germanico lanciò il cavallo al galoppo verso lo spazio aperto, illuminato dalle fiamme dell'incendio, tra le capanne ardenti. Lo stallone calpestò i corpi esanimi a terra, agitando il suo cavaliere dalla testa ai piedi mentre superava rapidamente i pantani fangosi.
Gli Akinji corsero verso il cavaliere fuggitivo, facendo scoccare le loro frecce e ululando come lupi. Quelli che erano a cavallo si lanciavano dietro di lui, mentre quelli che erano entrati nel villaggio a piedi cominciarono a correre verso le loro cavalcature che avevano lasciato nei pressi della muraglia distrutta proprio dai loro stessi destrieri.
Le frecce sibilavano attorno alla testa di Goffredo, mentre guidava il suo stallone verso il muro occidentale che era ancora intatto...e che era l'unica via di fuga che gli rimaneva. Corse un rischio immenso, poiché il terreno era scivoloso e il cavallo non aveva mai tentato un salto come quello. Goffredo trattenne il respiro quando sentì il grande corpo sotto di lui prendere impulso e tendersi in piena corsa per affrontare un salto terribile. Poi, con una torsione incredibile dei suoi tendini, lo stallone saltò e superò l'ostacolo con un margine di pochissimi centimetri.
I persecutori lanciarono urla di stupore e rabbia e fermarono i loro destrieri.
Benché fossero cavalieri dalla nascita, non osarono tentare un salto tanto pericoloso. Persero del tempo prezioso nel cercare porte e brecce tra il muro, e quando finalmente uscirono dal villaggio, il bosco ombroso e sussurrante e umido si era divorato la loro preda.
Mikhal Oglu bestemmiò come un demonio e lasciando il comando degli Akinji al suo luogotenente Othman, dandogli istruzioni precise di non lasciare vivo nessuno del villaggio, partì alla ricerca del fuggiasco, seguendo la sua pista attraverso gli inzaccherati sentieri del bosco alla luce delle torce. Era deciso ad acchiappare quell'uomo anche se la strada avesse dovuto portarlo fin sotto le stesse mura di Vienna.

FINE DEL SECONDO CAPITOLO
Offline Profile Goto Top
 
Pallantides 18 Oct 2007, 08:13 PM Post #10
Stakanovista del C.L.A.N.
Posts:
2,901
Group:
Iscritti
Member
#286
Joined:
2 July 2007
Capitolo 3

Ma la volontà di Allah dispose diversamente, e Mikhal Oglu non ottenne la testa del germanico.
Nel bosco ombroso e infangato, Goffredo Von Kalmbach conosceva la zona meglio dei suoi persecutori. Nonostante il loro ardore, non tardarono questi a perdere la sua pista nelle tenebre.
L'alba trovò Goffredo avanzare in un paese devastato e scosso dal terrore. Le fiamme di un mondo ardente illuminavano l'orizzonte, dall'oriente fino al meridione. La pianura era zeppa di fuggiaschi, esitanti sotto il loro pesante fagotto pieno dei loro irrisori averi, mentre spingevano davanti a loro un bestiame muggente e terrorizato, come se stessero scappando dalla fine del mondo.
Le pioggie torrenziali che avevano donato una falsa promessa di sicurezza non erano più capaci di trattenere l'inesorabile avanzata degli eserciti del Grande Turco.
Con un'armata di un quarto di milione di uomini, il Sultano distruggeva le marche orientali della cristianità, e mentre Goffredo si era dato alla baldoria nelle taverne delle città isolate, ubriacandosi col denaro donatogli dal Sultano, Pest e Buda erano cadute. I soldati germanici che difendevano quest'ultima città furono massacrati dai giannizzeri, nonostante la promessa di perdono fatta da Solimano...Solimano, che gli uomini chiamavano il generoso.
Mentre Ferdinando, i nobili e gli arcivescovi litigavano nella Dieta di Spira*, solo gli elementi sembravano lottare in favore della cristianità. La pioggia cadeva di continuo, i turchi avanzavano faticosamente e con ostinazione, i fiumi straripavano trasformando le pianure ed i boschi in pantani fangosi. I soldati annegavano in questi tumultuosi fiumi, usciti dal loro letto, e perdevano enormi quantità di provviste, nel momento in cui le barche affondarono, precipitarono i ponti e si bloccarono i loro carri. Tuttavia, non smettevano di avanzare, spinti dall'implacabile volontà di Solimano. In quei momenti, in quel mese di Settembre del 1529, calpestando le rovine dell'Ungheria, i turchi si scagliavano sull'Europa mentre gli Akinji, i devastatori, distruggevano il paese, come un vento furioso che precede il temporale.
Tutto ciò, Goffredo lo venne a sapere in parte dai fuggiaschi mentre guidava il suo destriero stremato verso la città, l'unico rifugio possibile per quelle migliaia di esseri umani sfiniti. Dietro di lui, il cielo era tinto di rosso, e il vento portava alle sue orecchie le grida dei disgraziati massacrati dagli Akinji, a volte riusciva perfino a scorgere le masse nere e brulicanti dei crudeli cavalieri.
Le ali dell'avvoltoio si estendevano orribilmente sopra quella mutilata regione, la loro ombra ricopriva l'Europa intera. Il distruttore sorgeva di nuovo dall'oriente misterioso dalle ombre azzurrine, come avevano fatto prima di lui i suoi fratelli...Attila...Subotai...Bayazid...Mohamed il conquistatore. Tuttavia, mai prima di allora una tempesta come questa aveva minacciato l'Europa.
Davanti alle ali spiegate dell'avvoltoio, la strada si riempiva di fuggiaschi gementi. Alle loro spalle, rossa e silenziosa, si estendeva una linea seminata da corpi mutilati che non potevano più gemere. Gli assassini si trovavano a meno di mezz'ora di distanza, quando Goffredo Von Kalmbach, a cavallo del suo stremato destriero, oltrepassò le porte di Vienna. Da molte ore, tuti coloro che si fermavano vicino alle mura sentivano i lamenti che il vento portava fino a loro. Riuscivano a scorgere già da lontano come la luce del sole si rifletteva sulle punte delle lance mentre i cavalieri al galoppo si lanciavano dalle colline fino alla pianura che circondava la città e vedevano le spade risplendere come le falci quando tagliano il grano maturo.
Von Kalmbach entrò in una città in fermento. Gli abitanti urlavano e si ammassavano intorno al conte Nikolaus Salm, il vecchio guerriero di settant'anni, incaricato della guarnizione di Vienna, e dei suoi ufficiali, Roggedendrof, il conte Nikolas Zrinyi e Paul Bakics. Salm lavorava pieno d'ansia frenetica, facendo abbattere le abitazioni vicino alle mura e utilizzando i residui per consolidarle, perché antiche e poco resistenti. In nessun posto il loro spessore superava i sei piedi**, numerosi pannelli erano frantumati e minacciavano di rompersi del tutto. La palizzata esterna era così fragile da essere battezzata Stadtzaun, siepe della città.
Sotto la frenetica direzione del conte Salm, i difensori avevano edificato un nuovo muro, che si elevava per sei metri e collegava la porta di Stuben con quella di Karnthner. Delle buche furono scavate accanto ai vecchi fossati e nuove muraglie furono innalzate dal ponte levatoio fino alla porta di Salz. Le travi furono strappate dai tetti per diminuire il rischio di un incendio e le selci alzate per alleggerire l'impatto delle cannonate.
Le periferie della città furono evacuate, e poi furono incendiate affinché non servissero da rifugio agli assalitori. Durante quei preparativi, perfino quando stavano per giungere gli Akinji, ci furono incendi in tutta la città che si aggiungero alla già presente confusione.
Sembrava il caos dell'inferno, e in mezzo a quel tumulto, cinquemila sfortunati civili, tra vecchi, donne e bambini, furono implacabilmente respinti dalle porte e lasciati in balia di se' stessi, e le loro urla, non appena gli Akinji si slanciarono contro, facevano impazzire di terrore le persone all'interno delle mura. Quei demoni arrivarono a migliaia, sgomberarono la cresta delle colline per lanciare i loro cavalli sulla discesa e scagliarsi contro la città, in gruppi disordinati, come avvoltoi che si riunivano attorno ad un cammello moribondo.
Meno di un'ora dopo la prima ondata di attaccanti, non rimase vivo un solo cristiano fuori dalle mura, tranne coloro che, legati alla sella dei cavalli dei loro catturatori, corrvano a piedi come dannati per non cadere ed essere trascinati fino allla morte.
Gli uomini sulle torri riconobbero il terribile Mikhal Oglu, grazie alle ali sulla corazza, e notarono che andava da un mucchio di cadaveri all'altro.
Esaminando con avidità ogni corpo, e tiranto le redini del suo cavallo, fissò interrogativamente i parapetti. Nel frattempo, dall'occidente, un gruppo di mercenari germanici e spagnoli era riuscito ad aprirsi un varco attraverso le file degli spietati Akinji e marciò nelle vie della città tra l'acclamazione della folla. Filippo il Palgrave era davanti a tutti i soldati.
Goffredo Von Kalmbach, appoggiandosi sulla spada, li osservò passare con le loro scintillanti corazze ed elmi con creste piumate, lunghi moschetti, e con pesanti spadoni a due mani che si adattavano a cinturini sulle loro spalle ricoperte d'acciaio. Goffredo si differenziava da loro, perché la sua cotta di maglia era arrugginita, la sua armatura era passata di moda, con pezzi presi un pò ovunque e male adornati...sembrava una figura del passato, arrugginita e macilenta, che osservava il procedere di una nuova generazione, più brillante.
Filippo lo riconobbe e lo salutò quando la colonna passò vicino a lui. Von Kalmbach si diresse verso le mura, dove i cannonieri sparavano con parsimonia contro quegli Akinji che mostravano una certa disposizione a lanciarsi all'attacco. Venne a sapere che Salm stava reclutando nobili e soldati per scavare fossati ed usarli in nuovi lavori. Cercò rifugio in una taverna, il cui oste , un valacchiano dalle gambe arcuate, gli garantì e incominciò a bere fino ad arrivare ad uno stato di ebbrezza tale che nessuno avrebbe potuto osare chiedergli un qualsiasi tipo di aiuto.
Cannonate, detonazioni e grida arrivavano alle sue orecchie, ma prestava loro poca attenzione. Sapeva che gli Akinji, una volta terminato il massacro, avrebbero seguito la loro strada e avrebbero distrutto la regione che si estendeva oltre la città. Venne a sapere tramite le conversazioni dei clienti della taverna, che Salm aveva a disposizione ventimila alabardieri, duemila cavalieri e mille cittadini volontari, questi ultimi tutti viennesi, per opporsi alle armate di Solimano, insieme ai settanta pezzi di artiglieria, cannoni, bombarde e cannoncini.
Le notizie del numero di turchi gelavano di terrore tutti i cuori...eccetto quello di Von Kalmbach. A suo modo, era un fatalista. Tuttavia, qualcosa della sua coscienza sprofondata nel vino venne a galla, e poco dopo, meditava sulle persone che i maledetti viennesi avevano lasciato fuori e condannato ad una morte atroce. Più beveva e più la sua malinconia aumentava, e lacrime di ebbrezza sgocciolavano sulle punte dei suoi baffi.
Con un movimento incerto, finalmento si alzò ed afferrò la sua lunga spada con la confusa intenzione di sfidare a duello il conte Salm per quell'abominevole azione, e rispose con alcuni muggiti agli inopportuni reclami del valacchiano e uscì in strada.
Le torri e i campanili si agitavano vertiginosamente davanti ai suoi occhi, le persone lo spingevano mentre correvano in tutte le direzioni. Filippo il Palgrave gli si presentò davanti con la sua armatura cingolante, i visi bruni e delicati dei suoi spagnoli contrastavano sorprendentemente con i tratti duri e rubicondi dei lanzichenecchi.
-Che vergogna, Von Kalmbach!- disse severamente Filippo. -I turchi sono alle porte e tu nascondi il muso dentro un boccale di birra!-
-Di che vai Cianciando, e di quale boccale di birra stai parlando?- domandò Goffredo, esitando e descrivendo un vago semicerchio mentre tentava di sguainare la spada.
-Che il diavolo ti morda, Filippo, ti aprirò il cranio per quello che...-
Il Palgrave era già fuori di vista, e Goffredo si trovò finalmente sulla torre di Karnthner, benché non fosse capace di ricordare come ci fosse arrivato. Quello che vide da là sopra lo rese improvvisamente sobrio. I turchi erano davvero alle porte di Vienna. La pianura era ricoperta dalle loro tende, trentamila, come affermavano alcuni, giurando che, dalla punta più alta dell'orgoglioso campanile della cattedrale di Santo Stefano un uomo non avrebbe potuto vedere dove finiva l'accampamento.
Quattrocento vascelli ottomani galleggiavano nelle acque del Danubio, e Goffredo ascoltò gli uomini maledire la flotta austriaca che se ne stava ancorata e immobile, perché i suoi marinai, a lungo non pagati, si rifiutavano di effettuare le manovre di disormeggio. Seppe inoltre che Salm non aveva risposto all'offerta di resa di Solimano.
In quel momento, in parte per dimostrare il suo potere ed in parte per impressionare di terrore i cani Caphar, il Grande Turco diede ordine al suo esercito di mettersi in moto. I suoi soldati avanzarono in colonne ordinate sfilando davanti alle mura dell'antica città prima di incominciare l'assedio. Quella vista bastava per impressionare il più impavido degli uomini. Il sole scendeva lentamente sull'orizzonte, e faceva brillare gli elmi levigati, le sciabole adornate di gioielli dei guardiani, e le punte delle lance. Era come se un fiume si scintillante acciaio fosse straripato lentamente in modo terribile di fronte alle mura di Vienna.
Gli Akinji che di solito formavano l'avanguardia dell'esercito erano passati avanti, ma al loro posto cavalcarono i Tatari di Crimea, inclinati nelle loro selle strette ed appuntite. Le loro teste da gnomo erano protette da elmi di ferro, i loro corpi magri rivestiti di corazze di bronzo e di cuoio laccato. Dietro di essi avanzavano gli Azab, la fanteria irregolare, nella maggior parte curdi e arabi, formando un gruppo variopinto e selvaggio, poi venivano i loro fratelli, i Delis, i decelebrati, uomini feroci a cavallo di pony robusti, adornati con pelli e piume. I cavalieri indossavano berretti e mantelli de pelle di leopardo, i lunghi capelli cadevano arruffati sulle loro ampie spalle e, al di sopra delle barbe intrecciate, i loro occhi brillavano di un che di pazzia e fanatismo.
Seguiva loro il grosso dell'esercito. In primo luogo i Bey e gli emiri con i loro propri uomini, cavalieri e fanitni dei feudi dell'Asia Minore. Dopo, gli Spahis, la cavalleria pesante, sopra splendidi stalloni. E, infine, la vera forza dell'impero turco...la più terribile organizzazione militare nel mondo...i tanto temuti e odiati giannizzeri.
Dalle mura, gli uomini sputarono contro di loro, mossi da nero furore, riconoscendoli come membri della propria razza, perché i giannizzeri non erano turchi. Salvo poche eccezioni, quando i genitori turchi riuscivano a salvare i loro figli da quelle terribili legioni per risparmiar loro la vita spossante dei contadini...quegli uomini erano figli di cristiani...greci, serbi, ungheresi...rapiti ed educati dall'infanzia ed istruiti nell'arte militare per poter ingrossare le milizie dell'Islam. Ed i giannizzeri non riconoscevano che un solo padrone, il Sultano, ed un solo mestiere...massacrare.
Le loro imberbi caratteristiche contrastavano con quelle dei loro padroni orientali. Molti avevano occhi azzurri e capelli biondi. Ma nel viso di tutti loro si poteva leggere l'implacabile ferocia del loro compito...quello per il quale erano stati educati. Sotto i loro mantelli di colore azzurro scuro brillavano le più fini cotte di maglia, molti di loro indossavano elmi di ferro sotto i loro curiosi cappelli alti ed appuntiti, dai quali pendeva un pezzo di tessuto, bianco e simile alla manica di un vestito, per il quale passava un anello di rame. Lunghe piume di uccelli del paradiso adornavano ugualmente questi strani pezzi.
Oltre alle scimitarre, pistole e daghe, ogni giannizzero portava sulle spalle un moschetto. Gli ufficiali avevano a portata di mano un piccolo recipiente con le braci per illuminare il cammino, percorrendo rapidamente quelle milizie, i dervisci*** andavano e venivano, vestiti solamente di Kalpaks di pelle di cammello e strani gonnellini verdi con perline di ebano, esortando i credenti. Musicisti militari, un'invenzione del Turco, avanzavano di fianco alle colonne, tra l'esplosione dei timballi**** e la melopea dei liuti. Al di sopra di quell'oceano che s'infuriava lentamente, galleggiavano ed ondeggiavano le bandiere...lo stendardo porpora degli Spahis, la bianca bandiera dei giannizzeri con una sciabola d'oro, e gli stendardi con crine di cavallo dei grandi dignitari...sette crine per il Sultano, sei per il Gran Visir, tre per l'Agha dei giannizzeri. Solimano dimostrava la sua potenza in quel modo, davanti agli sguardi costernati dei caphars.
Lo sguardo di Von Kalmbach era fisso sui gruppi che penavano per mettere a punto l'artiglieria del Sultano, e scosse il capo con stupore.
-Cannoncini, colubrine, e falconetti*****!- grugnì. -Dove diavolo sta tutta quell'artiglieria della quale il Sultano è tanto orgoglioso?-
-In fondo al Danubio!- rispose un lanciere ungherese con una smorfia feroce, accompagnando la risposa con uno sputo. -Wulf Hagen è riuscito ad affondare quella parte della flotta del Sultano, il resto della sua artiglieria reale dicono sia sia impantanato a causa delle piogge-.
Un leggero sorriso intricò i baffi di Goffredo.
-Che promessa ha fatto Solimano a Salm?-
-Che farà colazione a Vienna dopodomani...il giorno ventinove.
Goffredo scosse lentamente il capo.



*città tedesca vicino a Mannheim
**un metro ottanta circa
***discepoli dell'Islam
****Tamburi dal tono basso
*****colubrine e falconetti:erano pezzi di artiglieria leggera simili ai cannoni, di epoca tardo-medioevale-rinascimentale


FINE DEL TERZO CAPITOLO
Offline Profile Goto Top
 
Leafwind 20 Oct 2007, 02:25 PM Post #11
Member Avatar
Membro partecipe
Posts:
1,014
Group:
Iscritti
Member
#391
Joined:
10 October 2007
Capitolo 4




Con il ruggito dei cannoni, il sibilo delle frecce ed il fragore dirompente degli archibugi, l'assedio cominciò. I Giannizzeri presero possesso dei sobborghi in rovina, dove frammenti di mura offrivano loro protezione. Appena dopo l'alba, avanzarono ordinatamente riparati dalle truppe irregolari e da una raffica di frecce.
Su una torretta del muro preso d'assedio, appoggiandosi alla propria spada ed attorcigliandosi i baffi con fare meditabondo, Goffredo Von Kalmbach osservò un fuciliere transilvano mentre veniva trasportato via dal muro, le sue cervella stavano colando lentamente da un buco in testa. A quanto pareva, un archibugio dei Turchi aveva detto la sua, mandando il proprio messaggio un po' troppo vicino le mura. I pezzi d'artiglieria del Sultano abbaiavano come cani dalla tonalità bassa e profonda, staccando pezzi di merlature dagli spalti. I Giannizzeri intanto stavano avanzando, inginocchiandosi, facendo fuoco e ricaricando mentre procedevano. I proiettili balenarono attraverso gli spazi fra i merli e proseguirono il loro tragitto nell'aria, producendo sibili lamentosi e malevoli. Uno di essi si abbattè contro la cotta di maglia di Goffredo, ottenendo da quest'ultimo un grugnito colmo di disappunto. Voltandosi verso la torretta abbandonata, egli vide una figura incongrua e pittoresca chinarsi sulla culatta* del massiccio cannone.
Era una donna, vestita in un modo in cui Von Kalmbach non aveva visto abbigliarsi nemmeno i damerini di Francia. Era alta, con delle curve magnifiche, ma snella. Da sotto l'elmetto d'acciaio spuntarono delle trecce ribelli che ondeggiarono al sole di un rosso dorato, sopra le sue spalle compatte. Stivali alti di cuoio cordovano le arrivavano a metà delle cosce, le quali erano avvolte in pantaloni sformati. Indossava una casacca di raffinata maglia turca, messa dentro i pantaloni. La sua agile cintola era costretta da una fluente fascia di seta verde, nella quale erano infilati una coppia di pistole ed un pugnale, e dalla quale pendeva una lunga sciabola ungherese. Il tutto era coperto senza troppe preoccupazioni da un mantello scarlatto.
Questa sorprendente figura si stava chinando sul cannone, mirando (in un modo che denotava più che una dimestichezza passeggera) ad un gruppo di Turchi che stava spingendo a portata di tiro un affusto a ruote**.

"Eh, Red Sonya!" gridò un armigero, agitando la sua picca. "Falli pentire d'esser nati, ragazza mia!"

"Fidati di me, fratello cane," ribattè lei nel momento in cui applicò la miccia accesa al focone***. "Vorrei solo che il mio bersaglio fosse Roxelana--"

Una tremenda detonazione soffocò le sue parole ed una voluta di fumo accecò tutti quanti sulla torretta, mentre il tremendo rinculo del cannone sovraccarico di esplosivo mandò colei che fece fuoco a gambe all'aria. Ella scattò in piedi come una molla e corse verso la feritoia da cui faceva fuoco il cannone, scrutando con impazienza attraverso il fumo, che diradandosi, mostrò il disastro accanitosi sugli addetti all'affusto a ruote. La gigantesca palla di cannone, più grande della testa di un uomo, si era abbattuta in pieno sulla combriccola raggrupata attorno al falconetto, e ora essi giacevano sul terreno devastato, con i crani distrutti dall'impatto, o con i corpi dilaniati dalle schegge di metallo provenienti dal cannone ridotto in pezzi. Gridi di acclamazione si levarono dalle torri, e la donna chiamata Red Sonya urlò di sincera gioia e cominciò a fare i passi di un ballo cosacco.
Goffredo si avvicinò, adocchiando con esplicita ammirazione lo splendido gonfiore del suo seno sotto la maglia flessuosa, le curve dei suoi larghi fianchi e la rotondità delle sue gambe. Lei teneva una postura come quella di un uomo, con le gambe divaricate e i pollici agganciati alla cintola, ma era tutta femmina. Ella aveva preso a ridere nel momento in cui gli si trovò faccia a faccia, e lui notò affascinato il colore cangiante ed il danzare dei luccichii nei suoi occhi. Si sistemò all'indietro le sue ciocche ribelli con una mano sporca di polvere da sparo mentre lui si soffermava sul candore roseo della sua carne soda, nelle parti in cui non era imbrattata.

"Perchè desideravi che la Sultana Roxelana fosse il tuo bersaglio, ragazza mia?" chiese.

"Perchè è mia sorella, la sgualdrina!" rispose Sonya.

In quell'istante, un urlo grandioso tuonò al di sopra delle mura e la ragazza trasalì come una creatura selvatica, tirando fuori la sua lama in un lampo argentino alla luce del sole.

"Quel fragore!" gridò. "I Giannizzeri--"

Goffredo si stava già avviando verso le feritoie dei cannoni. Anch'egli aveva udito in passato l'urlo dei Giannizzeri mentre caricavano, tanto tremendo da scuotere l'anima. Solimano non intendeva sprecare altro tempo sulla città che stava fra lui e l'Europa inerme. Voleva sfondare le sue fragili mura in un unico assalto. I bashi-bazouk, le truppe irregolari, perirono come mosche per coprire l'avanzata principale e, scavalcando gli ammassi dei loro cadaveri, i Giannizzeri si precipitarono contro Vienna. Nel tumulto dei cannoneggiamenti e delle raffiche dei moschetti essi avanzarono, attraversando i fossati su scale d'assedio poggiate a terra, a mo' di ponte. Intere file cedettero sotto il ruggito dei cannoni austriaci, ma adesso gli invasori si trovavano sotto le mura ed i possenti proiettili ronzarono sopra le loro teste, facendo strage delle retrovie.
Gli archibugieri spagnoli intanto, sparando quasi completamente in basso, esigerono un orrendo tributo, ma ora le scale si aggrapparono alle mura ed i folli cantori vi si riversarono sopra. Frecce viaggiarono in un sibilo ed alcuni fra coloro che difendevano le mura vennero abbattuti. Dietro i Turchi, l'artiglieria pesante rombò, incurante del proprio bersaglio, fosse esso amico o nemico. Goffredo, che si trovava alla feritoia, venne buttato a terra da un improvviso quanto terribile impatto: una palla di cannone aveva mandato in frantumi il merlone, riducendo in poltiglia mezza dozzina di difensori.
Goffredo, mezzo rintronato, si rialzò scostandosi di dosso frammenti di mattoni e cadaveri ammonticchiati. Guardò giù, nell'incombente accozzaglia di facce infervorate e ringhianti, dove gli occhi ardevano come quelli di cani impazziti e le lame scintillavano come raggi di sole sull'acqua. Tenendo i piedi larghi e ben saldi a terra, sollevò il suo spadone e menò un fendente, con la mascella spalancata ed i baffi scompigliati. La lama di cinque piedi**** si fece strada attraverso elmetti d'acciaio e crani, abbattendosi su scudi sollevati e spallacci di ferro. Alcuni uomini caddero dalle scale d'assedio mentre le loro dita inerti sgusciavano via dai pioli insanguinati.
Tuttavia, essi sciamarono attraverso la breccia, da entrambi i lati attorno a lui. Un urlo terribile diede l'annuncio che i Turchi ebbero preso una posizione sicura sul muro, ma non un uomo osò lasciare il proprio posto per andare a difendere il punto in pericolo. Agli sbalorditi viennesi parve che la loro città fosse accerchiata da un mare scintillante e agitato che ruggiva sempre più forte sulle mura condannate.
Arretrando per evitare di essere circondato, Goffredo grugnì e menò fendenti a destra e a sinistra. I suoi occhi non erano più annebbiati; guizzavano invece come fiamme blu in un rogo. Tre Giannizzeri si trovavano ai suoi piedi; il suo spadone risuonò in mezzo a una foresta di scimitarre e una di esse calò frantumandosi sul suo bacinetto*****, offuscandogli la vista con un lampo nero. Vacillando, egli restituì indietro il colpo e riuscì a sentire la sua gigantesca spada farsi uno spuntino. Il sangue del malcapitato gli zampillò sulle mani quindi liberò la propria arma con uno strattone. Fu allora che, con un urlo ed uno slancio, qualcuno si posizionò al suo fianco ed egli potè udire il rapido frantumarsi delle cotte di maglia sotto i selvaggi colpi roteanti di una sciabola che risplendeva come un lampo color argento di fronte alla sua vista che andava schiarendosi.
Era Red Sonya che era giunta in suo soccorso, e la carneficina che stava facendo non aveva nulla da invidiare a quella che avrebbe fatto una pantera. I suoi colpi si susseguirono l'uno dopo l'altro troppo velocemente per poterli seguire con gli occhi; la sua lama era una visione sfocata di fuoco bianco, e gli uomini cadevano come grano maturo di fronte al mietitore. Con un ruggito profondo Goffredo si diresse a grandi passi al fianco di lei, insanguinato e terribile, roteando in aria il suo spadone. Respinti in modo incontenibile, i Musulmani vacillarono sull'orlo del muro, per poi saltare in direzione delle scale d'assedio o cadere nel vuoto sottostante con urla di terrore.
Dalle labbra rosse di Sonya fuoriuscirono bestemmie in un flusso costante ed ella rideva sguaiatamente ogni volta che la sua sciabola canticchiava ed il sangue spruzzava sul filo della sua lama. L'ultimo Turco sullo spalto merlato gridava e parava selvaggiamente mentre lei lo pressava; poi gli cadde la scimitarra, le sue mani strette convulsamente e disperatamente alla lama gocciolante di lei. Egli ondeggiò gemendo sull'orlo del muro, il sangue usciva a fiotti dai tagli orrendi che aveva sulle dita.

"Va' all'inferno, cane!" disse lei ridendo. "Potrai farti mescolare il brodo dal demonio!"

Rigirando la sua sciabola, la liberò con uno strattone, troncando le dita al malcapitato; con un urlo straziante, questo si sbilanciò all'indietro e cadde nel vuoto.
I Giannizzeri stavano ripiegando da tutti i lati. Il fuoco d'artiglieria pesante, interrotto mentre avveniva il combattimento sulle mura, aveva ripreso nuovamente, e gli Spagnoli, inginocchiati alle feritoie, stavano rispondendo al fuoco coi loro lunghi archibugi.
Goffredo si avvicinò a Red Sonya, la quale stava ripulendo la propria lama, bestemmiando sommessamente.

"Per Dio, ragazza mia," disse lui, porgendo la sua gigantesca mano, "se non fossi venuta in soccorso, penso che avrei cenato all'Inferno stasera. Ti ringr--"

"Al diavolo i tuoi ringraziamenti!" ribattè rudemente Sonya, respingendogli la mano con uno schiaffo. "I Turchi si trovavano sul muro. Non credere che abbia rischiato la mia pellaccia per salvare la tua, fratello cane!"

E con un movimento rapido e sprezzante delle sue larghe code, scese con fare presuntuoso giù dagli spalti, restituendo prontamente e con poca delicatezza le volgari frecciate dei soldati. Goffredo la fissò aggrottando le sopracciglia quando un Lanzichenecco gli diede giovialmente una pacca sulle spalle.

"Eh, è un demonio, quella! E' sempre l'ultima a crollare a terra in una gara di bevute e supera uno Spagnolo in bestemmie. Non si concede ad alcun uomo. Zic--Zac--Che la morte ti prenda, cane! Questo è il suo modo d'essere."

"Chi è quella, nel nome di Satana?" ringhiò von Kalmbach.

"Red Sonya da Rogatino--è tutto ciò che si sa. Marcia e combatte come un uomo--Dio solo sa perchè. Giura di essere la sorella di Roxelana, la preferita del Sultano. Se i Tartari che catturarono Roxelana quella notte avessero preso al suo posto Sonya... per San Piotr! Solimano avrebbe avuto pane per i suoi denti! Lasciala stare, fratello signore; è un tipo aggressivo. Vieni a farti un boccale di birra."

I Giannizzeri, convocati al cospetto del Gran Visir per spiegare perchè l'attacco fosse fallito dopo che, inizialmente, il muro era stato scalato con successo, giurarono di essere stati aggrediti da un demonio sottoforma di donna dai capelli rossi, aiutata da un gigante in armatura arrugginita. Ibrahim non diede peso alla donna, ma la descrizione dell'uomo risvegliò nella sua mente un ricordo quasi dimenticato. Dopo aver congedato i soldati, convocò il Tartaro, Yaruk Khan, e lo mandò nell'entroterra per esigere da Mikhal Oglu il motivo per cui egli non avesse inviato una certa testa alla tenda reale.



-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------



Culatta*: parte posteriore della bocca da fuoco che contiene la carica di lancio

Affusto**: sostegno della bocca da fuoco di un pezzo d’artiglieria

Focone***: forellino nella culatta delle antiche armi da fuoco, attraverso il quale si accendeva la carica di lancio

Cinque piedi****: circa 1 metro e 58 centimetri

Bacinetto*****: tipologia di elmo medievale (http://it.wikipedia.org/wiki/Bacinetto)




:scimmia2: :rosik: :scimmia: FINE DEL QUARTO CAPITOLO :scimmia: :rosik: :scimmia2:
Offline Profile Goto Top
 
Pallantides 22 Oct 2007, 07:59 PM Post #12
Stakanovista del C.L.A.N.
Posts:
2,901
Group:
Iscritti
Member
#286
Joined:
2 July 2007
Capitolo 5

Solimano non fece colazione a Vienna il mattino del Ventinove. Si trovava nelle altezze del Semmering, davanti al suo splendido padiglione pieno di pinnacoli dorati, con la sua guardia personale formata da cinquecento Solaks, e osservava i suoi pezzi di artiglieria far fuoco contro le fragili mura.
Vedeva le sue truppe irregolari perdere la vita così velocemente come l'acqua che riempie i fossati. Gli scavatori dissotterravano la terra come talpe, collegando le miniere vicino ai bastioni. Gli uomini non combattevano meno ferocemente di come avrebbero fatto se fossero stati in superficie.
Vienna era un'isola cristiana in un mare di infedeli. Notte dopo notte, gli abitanti contemplavano l'orizzonte in fiamme mentre gli Akinji saccheggiavano e devastavano il paese agonizzante. Ogni tanto giungevano notizie dal mondo esterno...portate sempre da schiavi fuggitivi che si rifugiavano dentro la città ed erano sempre notizie di nuovi orrori. Nell'alta Austria, non era sopravissuto nemmeno un terzo della popolazione; Mikhal Oglu stava esagerando e si diceva che cercasse qualcuno in particolare. I suoi assassini gli portavano le teste tagliate degli uomini per poi impalarle davanti alla sua tenda. Osservava avidamente i terribili resti e,dopo, con una delusione demoniaca, guidava i suoi demoni verso nuove atrocità.
Questi racconti, invece di terrorizzare e paralizzare gli austriaci, li infiammava, li galvanizzava e riempiva di un furore pazzesco, nato dalla disperazione. Le miniere esplodevano* ed aprivano nuove brecce ed i musulmani tornavano all'assalto ma tutte le volte, i valorosi cristiani arrivavano prima di loro alle aperture dei muri, e, nel furioso corpo a corpo, ciechi, con la pazzia delle bestie selvagge, facevano loro pagare in parte il debito di sangue che avevano coi turchi.
Settembre cedette il passo ad Ottobre. Le foglie degli alberi delle foreste viennesi ingiallirono, i venti incominciarono a soffiare portando i primi freddi. Alla sera le sentinelle tremavano di freddo nel punto più alto delle mura imbiancate dal morso del ghiaccio.
Ma le tende continuavano a circondare la città e Solimano sedeva all'interno del suo magnifico padiglione e osservava il fragile ostacolo che gli sbarrava tutti i suoi desideri imperiali. Nessuno, ad eccezione di Ibrahim, osava parlargli. Il suo umore era nero come le fredde notti che scendevano insidiosamente dalle colline settentrionali. Il vento che gemeva all'esterno della sua tenda suonava come un canto funebre per le sue ambizioni di conquistatore.
Ibrahim lo osservava attentamente. Dopo un assalto inutile durato dall'alba a mezzogiorno, richiamò i giannizzeri e ordinò loro di ritirarsi nelle case in rovina delle periferie della città, affinché riposassero. Più tardi, incaricò un arciere di scoccare una freccia verso una certa parte della città, dove alcune persone stavano aspettando quel segnale.
Quel giorno non vi furono ulteriori attacchi. I pezzi di artiglieria che avevano assaltato la porta di Karnthner per giorni, furono mandati a nord, per martellare la città da quel punto.
Quando un assalto sembrava imminente in quella parte muro, la maggior parte dei difensori veniva inviata lì. Ma l'attacco non ebbe luogo. Tuttavia, i cannoni, ora dopo ora, continuavano a tuonare. Qualunque fosse la ragione, i soldati ringraziarono il cielo per quella tregua. Titubavano di fatica, esauriti per la mancanza di sonno ed esasperati per le numersore ferite.
Giunse la notte. La piazza principale, il mercato di Am-Hof, era pieno di soldati osservati con invidia dagli abitanti della città. Avevano appena scoperto un'importante riserva di vino nelle cantine di un ricco mercante ebreo. L'ebreo sperava di triplicare i suoi guadagni qualora non fosse rimasta una goccia di liquore nella città. A dispetto dei loro ufficiali, dei soldati mezzo impazziti fecero ruotare i barili per la piazza per poi forarli. Salm rinunciò ad intervenire per evitare quella sbornia generale. Meglio l'ebbrezza, bisbigliava fra se' il vecchio soldato, per lo meno gli uomini non sarebbero crollati a terra vinti dall'esaurimento. Pagò l'ebreo coi suoi propri ducati. I soldati scesero dalle mura come formiche per bere fino alla sazietà.
Alla luce delle torce e dei bracieri, in mezzo alle grida e alle canzoni dei soldati completamente ebbri, ai quali si intermittevano gli spari di un cannone che davano un sinistro tono al coro, Von Kalmbach affondò una brocca dentro un barilotto e lo tirò fuori, traboccante fino all'orlo. Affondando i baffi nello scosso liquido, si immobilizzò quando i suoi occhi, già intorpiditi al di sotto della visiera dell'elmo, si posarono su una sagoma orgogliosamente ferma dall'altra parte della botte.
Un'espressione di risentimento si scorse nel suo viso. Sonya la rossa aveva già fatto gli onori davanti ad una botte più di una volta. Portava l'elmo inclinato al di sopra dei capelli ribelli, camminava ancor più altezzosamente che mai ed il suo sguardo era più beffardo rispetto alle precedenti occasioni.
-Ha!- gridò con disprezzo. -E' l'assassino dei turchi che affonda il naso in una brocca di vino, com'è sua abitudine! Che il diavolo morda tutti gli assetati!
Dando prova di buon gusto, affondò nel liquido porporoso una brocca con gioielli incastonati e lo vuotò in un solo sorso. Goffredo sbuffò con amarezza, aveva già avuto con lei una discussione, e il disprezzo della giovane l'aveva ferito nel suo amor proprio.
-Perché dovrei scegliere te, con la tua borsa vuota e quella corazza arrugginita- si burlò la giovane il giorno prima, -quando Paul Bakics è pazzo di me? Lasciami in pace, barile di birra, botte di vino!
-Sii dannata!- replicò Von Kalmbach. -Solo perché tua sorella è l'amante del Sultano...non devi essere così arrogante...
Sentendo quelle parole, Sonya ebbe un terribile eccesso di collera. Si separarono in quel momento, dirigendosi reciproche imprecazioni, e a giudicare dalla lucentezza dei suoi occhi, Goffredo si rese conto che la giovane intendeva fargliela pagare.
-Imbecille!- grugnì Von Kalmbach. -Ti soffoco dentro questo barile!
-Oh no, tu annegherai per primo, ubriacone!- gridò la giovane, sciogliendo una brutale risata. - E' un peccato che tu non sia così coraggioso davanti ai turchi come lo sei davanti ad un barile di vino!
-Ti divorino i cani dell'inferno, puttanella!- ruggì. -Come li schiaccio se nemmeno attaccano e ci sparano con i loro cannoni? Vuoi che gli tiri la daga dalle mura?
-Ce ne sono a migliaia solo sotto le mura- replicò Sonya con una pazzia generata tanto dal liquore tanto dalla sua focosa natura..-Se solo tu avessi il fegato per andarci!-
-Per Dio!- bestemmiò il gigante, pazzo di rabbia, sguainando la spada.
-Nessuna giovane stupida mi può chiamare codardo, ubriaco o no! Esco a cercarli, anche se dovessi andarci da solo!
Un forte clamore seguì il suo bramito. La folla, dominata dal liquore, fu colpita da un'azione tanto insensata come quella.
Le botti quasi vuote furono abbattute quando i soldati sguainarono goffamente le spade e si diressero dondolandosi verso le porte della città.
Wulf Hagen si fece largo fra di essi, distribuendo pugni a destra e a manca e ruggì - Banda di ubriachi! Imbecilli! Non uscite in quello stato! Fermatevi!
Lo travolsero e lo scostarono violentemente continuando ad avanzare come un torrente cieco e privo di senno.
L'alba incominciava ad illuminare le colline orientali, quando un tamburo incominciò a suonare in una parte dell'accampamento turco, stranamente silenzioso in quel momento. Le sentinelle ottomane strabuzzarono gli occhi e scaricarono i moschetti per avvertire l'accampamento, terrorizzate dalla vista dell'orda di cristiani, circa ottomila, che superava lo stretto ponte levatoio brandendo le spade e le brocche di birra. Non appena superarono i fossati, una formidabile esplosione dominò lo strepito. Una sezione del muro, molto vicino alla porta di Karnthner, parve staccarsi e scoppiare in aria. Un immenso clamore si alzò nell'accampamento turco, ma gli attaccanti non si trattennero.
Si diressero impetuosamente verso i campi esterni della città. Lì scoprirono i giannizzeri, non assonnati, ma in piedi, vestiti ed armati, ed allineati ordinatamente, pronti ad attaccare. Senza paura, si lanciarono contro le file dei turchi. Benché molto inferiori di numero, il loro furore dovuto all'ebbrezza e la loro rapidità furono irresistibili. Davanti alle asce che si alzavano e abbassavano follemente, e quelle spade che laceravano in un modo selvaggio, i giannizzeri retrocedettero fino a disorientarsi. L'esterno della città si trasformò in un vero mattatoio. Gli uomini, in lotta uno contro l'altro, tagliavano e mozzavano, incespicando sui cadaveri mutilati e sui resti di arti. Solimano ed Ibrahim, dall'altezza dello Semmering, osservarono la fuga degli invincibili giannizzeri che correvano senza controllo verso le colline.
All'interno della città, i difensori lavoravano freneticamente per riparare la grande breccia che la misteriosa esplosione aveva aperto tra le mura. Salm ringraziava il cielo per quell'insensata uscita. Senza quegli uomini, i giannizzeri sarebbero penetrati da lì.
Il campo turco fu preda della più grande delle confusioni. Solimano corse verso il suo cavallo e urlò ordini agli Spahis, conducendo personalmente la carica. Formarono i ranghi e poi scesero le colline in perfetta formazione. I soldati cristiani che seguivano i loro nemici in fuga si resero conto improvvisamente del pericolo che li minacciava. I giannizzeri non smisero di correre ma, su entrambi i fianchi giungeva su di essi la cavalleria che avrebbe ostacolato ogni via di fuga.
Quando la paura rimpiazzò la temerarietà dovuta all'ebbrezza, incominciarono a ripiegarsi. La ritirata si trasformò in una corsa. Lanciando urla tremende, gettarono le armi e cominciarono a correre verso il ponte levatoio. I turchi li seguirono fino al fossato e poi, cercarono di raggiungerli sul ponte levatoio fino alle porte che erano state aperte per ricevere i fuggiaschi. Sulla spianata, Wulf Hagen ed i suoi uomini affrontarono i persecutori e si batterono come demoni, impedendo loro l'avanzata. La marea di fuggiaschi giunse nei pressi di Wulf Hagen, correndo verso la salvezza. La cavalleria turca cadde su di lui come un'ondata rossa. Il gigante ricoperto di ferro fu trafitto da un oceano di lance.
Goffredo Von Kalmbach non volle abbandonare il campo di battaglia. Ma, a dispetto del suo proprio volere, fu trascinato dai suoi compagni, inciampò e cadde. Gli altri, dominati dal panico, lo calpestarono durante la corsa verso il ponte. Quando smise di essere pestato, alzò la testa e vide che si trovava vicino al fossato, ed era circondato dai turchi. Tutti i suoi compagni erano fuggiti. Alzandosi, corse pesantemente verso il fossato si tuffò in acqua, contro ogni previsione, e nel momento in cui si guardò dietro le spalle vide un musulmano che si lanciava al suo inseguimento.
Ritornò alla superficie, sputando e dibattendosi, e si diresse verso la riva opposta, scalciando ed alzando tanta acqua come un bufalo. Il sanguinario musulmano era dietro di lui. Un corsaro degli stati berberi, sicuro in acqua come sulla terraferma.
Il testardo germanico non aveva sguainato la spada e la pesantezza della corazza lo ritardava. Tuttavia, fu capace di giungere a riva, alla quale si aggrappò senza forze ed incapace di difendersi. Il corsaro berbero arrivò dietro di lui, con una daga scintillante al di sopra della spalla nuda. Ma qualcuno, al suo fianco, lanciò una sonora bestemmia. Una mano delicata mirò con una pistola verso il viso dell'uomo. L'arabo incominciò ad urlare quando la mano delicata sparò, rendendo la testa un impasto di brandelli rossi. Con l'altra mano, afferrò il germanico per la corazza prima che affondasse nel fango.
-Vieni a riva, ubriacone!- stridette una voce deformata per lo sforzo. -Non posso alzarti se non mi aiuti un pò...Devi pesare una tonnellata!
Sbuffando, soffocato e dibattendosi nell'acqua, Goffredo riuscì a venir fuori dal fossato, un pò grazie alla sua forza e un pò grazie all'aiuto ricevuto.
Manifestò il suo desiderio di sdraiarsi prono per sputare l'acqua che aveva ingerito, ma il suo salvatore lo incitò ad alzarsi velocemente.
-I turchi cominciano ad attraversare il ponteed i nostri compagni gli stanno chiudendo le porte. Muoviti, o siamo perduti!
Quando attraversarono la porta, Goffredo si guardò intorno come se si fosse risvegliato da un sogno.
-Dov'è Wulf Hagen? L'ho visto difendere il ponte.-
-E' morto circondato da venti cadaveri turchi.- gli rispose Sonya la rossa.
Goffredo si sedette sui rottami di un muro abbattuto. Impressionato, sfinito ed ancora stordito per l'ebbrezza ed il furore guerresco,, affondò il viso tra le sue enormi mani ed incominciò a singhiozzare. Sonya, con aria visibilmente disgustata, gli diede un calcio.
-In nome di Satana, uomo, non rimanertene lì seduto come uno scolaretto al quale hanno appena dato una frustata. Tu e tutta quella banda di ubriachi vi siete comportati come un gruppo di imbecilli, ma è tardi per rimediare. Vieni, andiamo alla taverna del Vallone a bere un pò di birra.
-Perché mi hai tirato fuori dal fosso?- domandò Goffredo.
-Perché un tipo come te non è capace di risolvere da solo i propri problemi. Mi sono resa conto già da tempo che hai bisogno di una come me per mantenere viva la tua vecchia pelle.
-Ma pensavo mi disprezzassi!
-Beh, una donna non ha diritto a cambiare opinione?- replicò seccamente Sonya.
Dalle mura i picchieri respinsero gli infuriati musulmani e li espulsero dalla breccia parzialmente riparata. Nel padiglione reale Ibrahim stava spiegando al suo signore che il diavolo aveva indubbiamente ispirato quella sortita di soldati ubriachi proprio nel momento giusto per rovinare i piani così accuratamente preparati dal Gran Visir. Solimano, pazzo di rabbia, rispose seccamente per la prima volta nella sua vita al suo amico.
-No, hai fallito. Finiamola coi tuoi intrighi. Dove l'astuzia si è mostrata vana, la forza prevarrà. Invia un messaggero agli Akinji, la loro presenza è necessaria per rimpiazzare coloro che sono caduti. Ordina agli eserciti di attaccare di nuovo.



*si tratta di gallerie di mine sotterranee che i turchi usavano per far saltare un pezzo di muro senza poter essere attaccati dalle sentinelle


:asd: :tagliagole: FINE DEL QUINTO CAPITOLO :tagliagole: :asd:
Offline Profile Goto Top
 
Leafwind 18 Nov 2007, 09:30 PM Post #13
Member Avatar
Membro partecipe
Posts:
1,014
Group:
Iscritti
Member
#391
Joined:
10 October 2007
Capitolo 6



Gli assalti furiosi verificatisi furono nulla in confronto all'attacco che ora si scatenava sulle mura traballanti di Vienna. Giorno e notte, i cannoni lampeggiavano e tuonavano, le bombe scoppiavano sui tetti e in mezzo alle strade. Quando gli uomini sulle mura morivano, non vi era nessuno che prendesse i loro posti. Lo spettro della carestia cominciò ad infestare le strade e l'ancor più oscuro spettro del tradimento prese a vagare attraverso i vicoli: da alcune indagini si scoprì che l'esplosione che aveva spaccato il muro di Karnthner non era stata provocata da un colpo d'artiglieria proveniente dall'esterno. In realtà, era stata fatta esplodere una grossa carica di polvere da sparo posta al di sotto delle mura, in un tunnel che partiva da una cantina insospettabile all'interno della città stessa. Avrebbero potuto farlo, lavorando lontani da sguardi indiscreti, uno o due uomini. Fu ormai evidente che i bombardamenti sulla città fortificata erano stati semplicemente un pretesto per attirare l'attenzione lontano dal muro di Karnthner, così da dare il tempo ai traditori di operare indisturbati.
Il Conte Salm ed i suoi aiutanti di campo fecero un lavoro immane. Il comandante veterano, infiammato da un'energia ultraterrena, percorse le mura, rinvigorì coloro che esitavano, soccorse i feriti, combattè fianco a fianco coi comuni soldati nelle brecce del muro, mentre la Morte sferrava senza remore i suoi colpi.
Ma se all'interno delle mura la Morte godeva di una cenetta frugale, all'esterno faceva un vero e proprio banchetto: Solimano spronò i propri uomini in modo tanto inflessibile da sembrare il loro peggiore nemico. La peste vagava in mezzo a loro e la campagna devastata non offriva cibo. Venti freddi ululavano dall'alto dei Carpazi e i guerrieri tremavano sotto i loro leggeri abiti orientali. Nelle notti ghiacciate le mani delle vedette si congelavano attorno agli archibugi. Il terreno divenne duro come la pietra e i genieri sudavano sette camicie con gli arnesi smussati, sfiancandosi. Cadde perfino la pioggia, mista a nevischio, che spegneva le micce, che inumidiva la polvere da sparo, che rendeva la pianura antistante la città un pantano limaccioso, dove cadaveri marcescenti fecero ammalare i vivi.
Solimano rabbrividì come se avesse avuto la febbre, mentre lasciava vagare lo sguardo sull'accampamento. Vide i propri guerrieri, spauriti ed esausti, affaticarsi nel pantano come spettri sotto un cielo plumbeo coperto dalla foschia. Il fetore delle sue migliaia di soldati massacrati gli riempiva le narici. In quell'istante, al Sultano parve di stare fissando una grigia pianura colma di morte, dove cadaveri trascinavano le loro membra senza vita verso un compito trito e ritrito, animati soltanto dal fermo volere del loro signore. Per un attimo, il sangue Tartaro nelle sue vene ebbe il sopravvento su quello Turco e la paura lo sconvolse. Poi serrò le sue magre mascelle: le mura di Vienna pendevano barcollanti, rattoppate alla bell'e meglio in numerosi punti. Come potevano reggersi?

"Suonate l'attacco. Trentamila asperi al primo uomo sulle mura!"

Il Gran Visir allargò le braccia, impotente. "L'alcool non brucia più nelle vene dei guerrieri. Non possono resistere alle pene di questa terra gelata."

"Conduceteli alle mura con le fruste," ribattè Solimano, con fare risoluto. "Questo è l'ingresso verso il Frankistan. E' attraverso di esso che dobbiamo percorrere la strada verso l'impero."

Un suono di tamburi tuonò in tutto l'accampamento. Gli esausti difensori della Cristianità si sollevarono ed afferrarono le loro armi, elettrizzati dall'istintiva consapevolezza che la stretta della Morte era giunta.
Spinti dalla forza degli archibugi rombanti e dei turbinanti spadoni, gli ufficiali del Sultano condussero le schiere musulmane, con le fruste che schioccavano e uomini che lanciavano urla blasfeme, avanti e indietro lungo le linee. Impazziti, essi si scagliarono contro le mura traballanti, crivellate da larghe brecce, tuttavia rappresentanti barriere dietro le quali uomini disperati potevano ancora accovacciarsi. Assalti dopo assalti si riversavano oltre il fossato, si infrangevano sulle mura barcollanti e tornavano indietro, lasciando la loro scia di morti. La notte calò senza che nessuno vi badasse e la battaglia infuriava anche attraverso l'oscurità, accesa solo dai lampi dei cannoni e dal baluginìo delle torce. Spinti dal tremendo volere di Solimano, gli attaccanti combatterono tutta la notte, incuranti di tutte le tradizioni musulmane.
L'alba si levò come sull'Armageddon. Dinnanzi le mura di Vienna giaceva un vasto tappeto di morti vestiti di ferraglia, i loro pennacchi si agitavano al vento. E fra i cadaveri si aggiravano, barcollando e con gli occhi infossati, gli attaccanti che dovevano lottare con i loro avversari difensori, anch'essi intontiti.
Le maree di acciaio si riversarono e si infransero, e così di nuovo, fino a che gli dei stessi non dovettero essere rimasti inorriditi dell'enorme capacità degli uomini di soffrire e di perdurare nei loro scopi. Era l'Armageddon delle razze, Asia contro Europa. Nei pressi delle mura si scatenò un mare di visi Orientali: Turchi, Tartari, Curdi, Arabi, Algerini, ringhianti, urlanti, morenti di fronte i ruggenti archibugi degli Spagnoli, gli affondi delle picche degli Austriaci, i colpi dei Lanzichenecchi Teutonici, che lasciavano roteare le loro spade a due mani come mietitori che falciano il grano maturo. Coloro all'interno delle mura non furono meno eroici di quelli all'infuori, i quali incespicavano in mezzo a campi dei loro stessi morti.
Per Goffredo von Kalmbach, la vita si era ridotta ad un singolo pensiero: il roteare del suo gigantesco spadone. Egli combattè nella larga breccia presso la Torre di Karnthner, fino a che il tempo non perse ogni significato. Per lunghe ere, visi impazziti si ersero ringhianti dinanzi a lui, visi di demoni, e le scimitarre lampeggiarono davanti ai suoi occhi per un tempo infinito. Non ebbe percezione delle proprie ferite, nè della fatica che lo prosciugava. Annaspando nella polvere soffocante, accecato dal sudore e dal sangue, egli elargiva morte come un raccolto, a malapena consapevole che al suo fianco un'esile, felina figura ondeggiava e picchiava, inizialmente con risate, bestemmie e canticchiando ma, dopo, in un silenzio spiacevole.
L'identità di lui come individuo si perse in quel cataclisma di spade. Quando il Conte Salm, al suo fianco, venne colpito a morte da una bomba se ne rese a malapena conto. Non si accorse nemmeno di quando la notte strisciò oltre le colline, nè realizzò infine che quella marea si stava riducendo e ritirando. Fu solo debolmente conscio del fatto che Nikolas Zrinyi lo strappò letteralmente via dalla breccia ricolma di cadaveri, dicendo, "In nome di Dio, ragazzo, va' a dormire. Li abbiamo respinti... Per il momento, almeno."
Si ritrovò in una strada stretta e tortuosa, tutta scura e desolata. Non aveva idea di come fosse giunto lì ma gli parve di ricordare vagamente una mano sul proprio gomito che lo guidava a strattoni. Il peso della sua maglia gli tirava le spalle, già cedevoli, e non potè constatare se il suono che udiva erano cannoni che rombavano a intermittenza o era una pulsazione nella sua stessa testa. Sembrava ci fosse qualcuno che avrebbe dovuto cercare... Qualcuno che significava molto per lui. Ma era tutto vago. Da qualche parte, una volta, che sembrava tanto, tanto tempo fa, un colpo di spada aveva spaccato il suo bacinetto. Quando provò a pensarci, gli parve di sentire nuovamente l'impatto di quella botta tremenda e la testa cominciò a girare. Si strappò via l'elmo ammaccato e lo scagliò in strada.

La mano lo stava strattonando di nuovo sul braccio. Una voce esortò, "Vino, mio signore... Bevete!"

Con debolezza, vide una magra sagoma in maglia nera porgere un boccale. Con un rantolo, lo afferrò e ficcò il proprio muso nel pungente liquore, ingoiandolo come un uomo che sta morendo di sete. Poi qualcosa esplose nel suo cervello, la notte si riempì di milioni di scintille lampeggianti, come se un deposito di polvere da sparo fosse esploso nella sua testa. Dopo, oscurità e oblìo.
Rinvenne lentamente, consapevole di una sete furiosa, della testa dolorante e di un'intensa stanchezza che sembrò paralizzargli le membra. Era legato a mani e piedi ed imbavagliato. Muovendo la testa, vide che si trovava in una piccola, vuota e polverosa stanza, dalla quale una scala a chiocciola in pietra proseguiva verso l'alto. Dedusse che si trovava nella parte bassa della torre.
Al di là di una candela gocciolante su un tavolo grezzo, stavano chinati due uomini. Erano entrambi magri e con il naso ad uncino, abbigliati con semplici indumenti neri: Asiatici, senza dubbio. Goffredo ascoltò la loro conversazione dal tono sommesso, aveva imparato molte lingue nel suo girovagare. Li riconobbe: Tshoruk e suo figlio Rhupen, mercanti Armeni. Ricordò di aver visto Tshoruk spesso nell'ultima settimana o giù di lì, sin da quando gli elmetti a cupola degli Akinji apparvero nell'accampamento di Solimano. Evidentemente il mercante lo stava seguendo, per qualche motivo. Tshoruk stava leggendo ciò che aveva scritto su un pezzo di pergamena.

"Mio signore, sebbene abbia fatto saltare il muro di Karnthner invano, ho notizie che renderanno lieto il cuore del mio signore. Mio figlio ed io abbiamo catturato il Teutonico, von Kalmbach. Mentre lasciava le mura, stordito dal combattere, lo abbiamo seguito, conducendolo astutamente verso la torre in rovina di cui siete a conoscenza, drogandolo con il vino e legandolo rapidamente. Il mio signore mandi l'emiro Mikhal Oglu al muro presso la torre e noi lo consegneremo nelle vostre mani. Lo legheremo al vecchio mangano e lo scaglieremo oltre le mura come un tronco d'albero."

L'Armeno prese una freccia ed iniziò a legare la pergamena attorno all'asta con del filo d'argento.

"Porta questa sul tetto e scoccala verso il mantelletto, come al solito," esordì, quando Rhupen esclamò, "Ascolta!" ed entrambi rimasero immobili, i loro occhi scintillanti come quelli di criminali in trappola: impauriti, tuttavia maligni.

Goffredo rosicchiò il bavaglio ed esso si sciolse. Da fuori sentì una voce familiare. "Goffredo! Dove diavolo sei finito?"

Il suo respiro eruppe in un ruggito stentoreo. "Ehi, Sonya! In nome di Satana! Sta' attenta, ragazza--"

Tshoruk ringhiò come un lupo e lo colpì selvaggiamente in testa con l'elsa della scimitarra. Quasi istantaneamente, sembrò, la porta si schiantò verso l'interno. Come in un sogno, Goffredo vide Red Sonya inquadrata nella cornice della porta, pistola in mano. Il suo viso era pallido e tirato, i suoi occhi bruciavano come carboni ardenti. Il suo bacinetto non c'era più, cosi come il suo mantello scarlatto. La sua maglia era a pezzi e piena di grumi rossi, gli stivali squarciati, i pantaloni di seta infangati e macchiati di sangue.
Con un urlo gracchiante, Tshoruk si avventò su di lei, la scimitarra in aria. Prima che potesse colpire, ella calò il tamburo della pistola scarica sulla sua testa, abbattendolo come un bue. Dall'altro lato, Rhupen le sferrò un fendente con una daga turca, del tipo ricurvo. Buttando a terra la pistola, lei si avvicinò al giovane Orientale. Muovendosi come qualcuno in un sogno, lo spinse all'indietro senza possibilità di scampo, una mano stretta al polso e l'altra alla gola. Strangolandolo lentamente, fracassò inesorabilmente la sua testa ancora e ancora contro le pietre del muro, fino a che gli occhi di lui non caddero all'indietro e cessarono di muoversi. Quindi lo scagliò lontano da sè come un sacco di patate.

"Dio!" mormorò confusa, vacillando per un attimo al centro della stanza, con le mani in testa. Poi andò verso il prigioniero e, cadendo duramente sulle ginocchia, tagliò le sue corde con colpi maldestri, che affettarono queste tanto quanto la carne al di sotto.

"Come mi hai trovato?" chiese lui stupidamente, cercando duramente di mettersi su.

Lei barcollò verso il tavolo e affondò su una sedia. Un boccale di vino le giaceva accanto il gomito, lo avvinghiò avidamente e bevve. Poi si pulì la bocca con la manica e scrutò lui stancamente, ma rinfrancata.

"Ti ho visto abbandonare il muro e ti ho seguito. Ero così ubriaca dal combattere che a malapena sapevo cosa stavo facendo, ho visto quei cani prenderti per braccio e portarti nei vicoli, e poi ti ho perso di vista. Però ho trovato la tua borgognotta in mezzo alla strada e ho cominciato a cercarti urlando. Che diavolo significa tutto ciò?"

Raccolse la freccia e adocchiò la pergamena legata ad essa. Era chiaro che fosse in grado di leggere il Turco, ma la esaminò mezza dozzina di volte prima che il significato divenne chiaro nel suo cervello inebetito dalla stanchezza. Poi i suoi occhi guizzarono pericolosamente verso gli uomini sul pavimento. Tshoruk si mise a sedere, sentendo, stordito, il taglio che aveva in testa; Rhupen giaceva gorgogliando sul pavimento, scosso da conati di vomito.

"Legali stretti, fratello," ordinò lei, e Goffredo obbedì. Le vittime scrutarono la donna con fare molto più apprensivo di lui.

"Questa missiva è indirizzata a Ibrahim, il Visir," disse bruscamente. "Perchè vuole la testa di Goffredo?"

"A causa di una ferita che ha procurato al Sultano, a Mohacz," mormorò a disagio Tshoruk.

"E tu, tu sottospecie di cane," sorrise lei tristemente, "tu hai fatto saltare il Karnthner! Tu e la tua progenie siete i traditori fra di noi." Estrasse e caricò la pistola. "Quando Zrinyi verrà a sapere di te," disse, "la tua fine non sarà dolce nè rapida. Ma prima, vecchio porco, voglio concedermi il piacere di far saltare le cervella del tuo cucciolo davanti ai miei occhi..."

Il vecchio Armeno lanciò un urlo soffocato. "Dio dei miei padri, abbi pietà! Uccidi me... Torturami... ma risparmia mio figlio!"

In quell'istante, un altro suono irruppe nella quiete innaturale: un grandioso concerto di campane infranse l'aria.

"Cos'è questo?" ruggì Goffredo, cercando ferocemente a tentoni nel suo fodero.

"Le campane di Santo Stefano!" urlò Sonya. "Suonano la vittoria!"

Scattò verso la scala cedevole e lui la seguì su, lungo il pericoloso tragitto. Uscirono su un tetto malmesso e in rovina, su una parte più solida del quale giaceva un'antica macchina lancia-pietre, reliquia di un'era precedente e, a quanto sembrava, era stata recentemente riparata. La torre si affacciava su un angolo delle mura, in un punto in cui non vi erano guardie. Una sezione dell'antico spalto di fortificazione e un fosso interno al fossato principale, insieme ad una ripida pendenza naturale del terreno che stava aldilà, rendevano il punto praticamente invulnerabile. Le spie furono in grado di scambiarsi qui i messaggi senza troppa paura di essere scoperte ed era facile intuire il metodo che usarono.



----------------------------------------------------------------------------------------------------------



:scimmia2: :rosik: :scimmia: TO BE CONTINUED :scimmia: :rosik: :scimmia2:
Offline Profile Goto Top
 
Pallantides 19 Nov 2007, 03:34 PM Post #14
Stakanovista del C.L.A.N.
Posts:
2,901
Group:
Iscritti
Member
#286
Joined:
2 July 2007
Nella parte bassa della pendenza, a un tiro d'arco, si sollevava un enorme mantelletto* formato da pelli di toro su una struttura di legno e che sembrava abbandonato al suo destino. Goffredo capì che delle frecce recanti messaggi si precipitavano dal tetto della torre fino al mantelletto. Tuttavia, per il momento, non diede importanza alla cosa. La sua attenzione si concentrava sull'accampamento turco. Una crescente luminescenza faceva impallidire le prime luci dell'alba, sopra del pazzesco suono delle campane si alzava il crepitare delle fiamme, al quale si mescolavano grida di terrore.
-I giannizzeri stanno bruciando vivi i prigionieri!- esclamò Sonya la rossa.
-E' l'alba del giorno del giudizio- mormorò Goffredo, inorridito dallo spettacolo che stava contemplando.
Dalla torre di vedetta si poteva vedere quasi tutta la pianura. Sotto un cielo plumbeo, grigio e freddo, tinto dalle prime luci di un'alba di color porpora, la spianata era colma di cadaveri turchi fino a dove la vista poteva giungere. E l'esercito di superstiti si disperdeva rapidamente.
Il grande padiglione di Solimano, nelle altezze del Semmering, era sparito. Le altre tende stavano per essere smontate velocemente. La testa della lunga colonna era già fuori di vista, avanzando verso le colline in quell'alba gelata. La neve incominciò a cadere a fiocchi leggeri.
I giannizzeri impazziti sfogavano la loro delusione sui prigionieri facendo bruciare vivi uomini, donne e bambini, davanti allo sguardo ombroso del loro padrone, il monarca che chiamavano magnifico e misericordioso. E, durante l'orribile massacro, le campane di Vienna non smisero di suonare, come se le sue gole di bronzo stessero per esplodere.
-Hanno lanciato il loro ultimo assalto la scorsa notte- disse Sonya la rossa a Von Kalmbach. -Ho visto come i loro ufficiali li frustavano, e come gridavano di paura davanti alle nostre spade. Sono esseri in carne ed ossa, e sono anche al limite delle loro forze. Guarda!- gridò Sonya afferrando il braccio del compagno. -Gli Akinji formano la retroguardia!
Persino da quella distanza, si potevano scorgere le due ali di avvoltoio andare e venire tra le oscure masse di soldati, un'incerta luce si rifletteva su un elmo cagliato di gioielli. Le mani macchiate di polvere da sparo di Sonya la rossa si serrarono così fortemente affondando le unghie rotte e dissestate nei palmi delle mani, e sputò una bestemmia cosacca pesante come acido.
-Eccolo che parte, quel bastardo che ha reso l'Austria un deserto! Le anime di tutti quelli che ha massacrato non sembrano pesargli molto nelle sue maledette spalle alate! In ogni caso, vecchio mio, non avrà la tua testa!
-Finché vive, non sarà molto sicura sulle mie spalle, mormorò il gigantesco germanico.
I penetranti occhi di Sonya la rossa si strinsero improvvisamente, prendendo il braccio di Goffredo e trascinandolo con se', scese velocemente i gradini della scala. Non videro Nikolas Zrinyi e Paul Bakics uscire al galoppo dalle porte della città, seguiti dai loro uomini vestiti come degli straccioni, a rischiare la vita per salvare i prigionieri. Lo strepitio dell'acciaio rimbombava in tutta la colonia, gli Akinji si ritiravano lentamente, combattendo una buona retroguardia, disprezzando il coraggio impetuoso degli attaccanti basandosi sulla loro superiorità numerica. Sicuro in mezzo ai suoi cavalieri, Mikhal Oglu sorrideva sardonicamente. Ma Solimano, che cavalcava nel centro della colonna principale, non sorrideva. Il suo viso sembrava una maschera di morte.
Tornata nella torre in rovina, Sonya la rossa piantò un piede su una sedia, e appoggiando la mano sul mento, guardò negli occhi terrorizzati di Tshoruk.
-Cosa daresti per salvarti la vita?- l'armeno non rispose.
-Cosa daresti per salvare la vita di tuo figlio?- L'armeno si allarmò come se fosse stato punto. -Risparmia mio figlio, principessa- gemette. -Ti pagherò...tutto quello che vuoi...farò qualsiasi cosa-
Sonya passò elegantemente una gamba al di sopra della sedia e si sedette.
-Voglio che porti un messaggio ad una persona.
-Chi?
-Mikhal Oglu.
Il mercante tremò e si inumidì le labbra con la lingua. -Dimmi quello che devo fare e sarai ubbidita.- sussurrò. -Perfetto. Ti sciogliamo e ti daremo un cavallo. Tuo figlio rimarrà con noi come ostaggio. Se fallirai nella tua missione, lo consegneremo ai viennesi affinché si divertano un po'.
Il vecchio armeno tornò a tremare. -Ma se compi correttamente la tua missione, vi lasceremo liberi tutti e due, ed il mio amico ed io ci dimenticheremo del vostro tradimento. Voglio che raggiungi al più presto possibile Mikhal Oglu e digli che...

**********************************************************

La colonna turca avanzò lentamente tra il fango e i mulinelli di neve. I cavalli chinavano le loro teste sotto l'impulso delle raffiche di gelo. Da un lato all'altro delle disseminate linee, i cammelli gemevano e si lagnavano, i buoi muggivano tristemente. Gli uomini scivolavano nel fango, piegando la schiena sotto il peso delle loro armi ed equipaggiamento. La notte cadeva, ma non ci fu nessun ordine di fermarsi. Durante tutta la giornata, l'esercito in ritirata era stato caricato dagli audaci corazzieri austriaci che si erano scagliati su di loro come uno sciame di vespe, liberando i prigionieri davanti ai loro occhi. Solimano avanzava tra i suoi Solaks con un viso severo. Anelava di porre il maggior distacco possibile tra se' e la scena della sua prima sconfitta, dove giacevano i corpi di trentamila musulmani, che gli ricordavano le sue ambizioni distrutte.
Era il signore dell'Asia occidentale, ma non sarebbe mai diventato il padrone d'Europa. Quelle deboli mura avevano salvato il mondo occidentale dalla dominazione musulmana e Solimano lo sapeva. I fulmini della potenza ottomana rintonavano per tutto il mondo, facendo impallidire lo splendore della Persia e dell'India Mogul. Ma in occidente, i barbari ariani dalla bionda capigliatura restavano invincibili.
Non era scritto che il Turco potesse regnare oltre il Danubio. Solimano aveva visto questo, scritto con lettere di fuoco e sangue mentre stava nelle altezze del Semmering ed assisteva allo sbandamento dei suoi guerrieri mentre fuggivano dalle mura, nonostante gli ordini dei loro ufficiali. Per preservare la sua autorità, era stato costretto a levare l'accampamento, e questo gli bruciava la lingua come veleno, ma i suoi soldati erano al limite delle forze e sul punto di disertare. Avanzava in silenzio, ruminando cupi pensieri, senza dirigere mai la parola ad Ibrahim.
A suo modo, Mikhal Oglu condivideva l'enorme scoraggiamento del suo padrone. Fu con feroce ripugnanza che voltò la schiena al paese che aveva devastato, come una pantera che, mezzo sazia, deve rinunciare ad una preda.
Ricordava con soddisfazione le rovine riarse dei villaggi, le strade piene di cadaveri, le urla degli uomini torturati...le grida dei giovani che si ritorcevano nelle sue braccia d'acciaio, e ricordava con lo stesso piacere le torture di quelle stesse donne nelle mani macchiate di sangue dei loro assassini.
Tuttavia, era deluso e tormentato per l'idea di non aver compiuto la sua missione...il Gran Visir era furioso e gli aveva rivolto graffianti parole. Aveva perduto il favore di Ibrahim. Per un uomo meno importante, questo avrebbe rappresentato l'ascia del boia. Per lui, significava che avrebbe dovuto realizzare un prodigioso atto di valore, per riguadagnare la fiducia del Visir.
In quello stato mentale, era un uomo tanto pericoloso e temerario come una pantera ferita. La neve cadeva a grandi fiocchi, aumentando le difficoltà della ritirata. I feriti cadevano nel fango e restavano a terra, subito coperti da un crescente manto bianco. Mikhal Oglu avanzava con le ultime file di guerrieri scrutando nell'oscurità. Da ore, nessun nemico veniva avvistato. I vittoriosi austriaci erano tornati nella loro città.
Le colonne in ritirata attraversavano lentamente un villaggio in rovina, le cui travi bruciate ed i muri distrutti dalle fiamme formavano sotto la neve un disegno oscuro. Si trasmise fino alle retroguardie la notizia che il Sultano desisderava continuare ad avanzare e accamparsi in una valle a poche leghe di distanza.
La rapida eco di alcuni elmi sulla rotta che seguivano fece modo che gli Akinji afferrassero le lance e le scagliassero sguardi verso le tenebre, stringendo le palpebre. Ma era il rumore di un solo cavallo e subito dopo sentirono una voce che chiedeva di Mikhal Oglu. Con un ordine secco, l'avvoltoio fece trattenere lo scoccare di frecce da una dozzina di archi e rispose con voce tonante. Un grande stallone grigio sorse tra i mulinelli di neve, una sagoma avvolta in un nero manto si inclinava grottescamente sul lombo del cavallo.
-Tshoruk! Tu, cane armeno! Per Allah, che...
L'armeno guidò il suo stallone fino ad avvicinarsi a Mikhal Oglu e gli sussurrò qualcosa all'orecchio. Il freddo attraversava i vestiti più pesanti. L'Akinji notò che l'armeno tremava violentemente. I suoi denti battevano e farfugliava invece di parlare.
Tuttavia, gli occhi del turco incominciarono a lampeggiare quando ascoltò tutto il messaggio.
-Cane, non starai raccontandomi una menzogna?
-Che io possa bruciare all'inferno, se mento!- un violento tremore scosse Thsoruk, che si avvolse ben stretto il suo kaftano. -E' caduto da cavallo, quando stava effettuando coi corazzieri un'incursione contro la retroguardia. E' disteso, con una gamba rotta in una capanna abbandonata, a tre miglia da qui...è solo con la sua amante Sonya la rossa, e tre o quattro lanzichenecchi, completamente ebbri a causa del vino che hanno trovato nell'accampamento abbandonato.
Mikhal Oglu girò il cavallo, con rapida decisione.
-Venti uomini con me!- abbaiò. Che gli altri proseguano con la colonna principale, cerco una testa che vale il suo peso in oro, vi raggiungerò prima che abbiate montato l'accampamento.
Othman teneva il destriero del suo padrone per le redini avvolte di gioielli.
-Hai perduto il senno? Tornare indietro quando tutto il paese è sulle nostre tracce?
Si dondolò per terra dolorante dopo che Mikhal Oglu gli batté il frustino sulla bocca. L'avvoltoio fece girare il suo cavallo e si allontanò al galoppo, seguito dagli uomini che aveva scelto. Come fantasmi, sparirono nelle spettrali tenebre.
Othman li vide allontanarsi nella notte. La neve continuava a cadere, il vento gemeva lugubremente tra i rami nudi. Non c'erano più rumori eccetto quelli della colonna che camminava lentamente attraverso la città in rovina. Presto cessarono anche quelli. Othman si allarmò. In lontananza, dal punto in cui erano giunti, arrivarono latrati di quaranta o cinquanta moschetti che sparavano contemporaneamente. Nell'estremo silenzio che seguì alle detonazioni, Othman ed i suoi guerrieri si sentirono dominati dal panico. Freneticamente si voltarono, e fuggirono dalla città in rovina per riunirsi all'orda che si ritirava.

* una sorta di ampio scudo, o carretto con scudo mobile usato per fermare frecce negli assedi medievali

FINE DEL SESTO CAPITOLO :rogue2:
Offline Profile Goto Top
 
Pallantides 19 Nov 2007, 03:35 PM Post #15
Stakanovista del C.L.A.N.
Posts:
2,901
Group:
Iscritti
Member
#286
Joined:
2 July 2007
Capitolo 7

La notte cadde su Costantinopoli, ma nessuno se ne accorse, poiché lo splendore di Solimano rendeva la notte non meno gloriosa del giorno. Tra i giardini pieni di fiori e profumi, i bracieri scintillavano come milioni di lucciole. I fuochi d'artificio illuminavano la città come in un regno magico sul quale si elevavano i minareti di cinquecento moschee come torri di fuoco in un oceano schiumato d'oro. Gli uomini delle tribù delle colline asiatiche osservavano meravigliati, domandandosi cosa fosse quello splendore che palpitava, facendo impallidire le stesse stelle.
Le vie di Stamboul erano popolate dalla folla adornata con abiti festosi. Le luci brillavano a milioni nelle gemme che adornavano i turbanti e i khalat a righe; sui neri occhi che scintillavano al di sopra di diafani veli, e sopra i palanchini riccamente fioriti trasportati sulle spalle da gigantieschi schiavi con la pelle di color ebano.
Tutto quello splendore veniva dall'ippodromo, dove in pomposi spettacoli, i cavalieri di Turkistan e Tataria si misuravano con quelli dell'Egitto e d'Arabia in corse che lasciavano senza fiato, dove guerrieri con brillanti armature si affrontavano sulla sabbia fino a sanguinare, dove uomini armati di una semplice spada affrontavano bestie selvagge, leoni e tigri del Bengala e giganteschi cinghiali dei boschi nordici. Contemplando quelle scene grandiose, uno avrebbe potuto credere che la fastosità imperiale di Roma fosse stata riportata in vita con un arredo orientale.
Sopra un trono dorato, tra due colonne di lapislazzuli, Solimano si sedeva indolentemente, osservando quei splendori, come avevano fatto prima di lui gli imperatori romani vestiti della porpora. Davanti a lui stavano i suoi visir e ufficiali, e gli ambasciatori di corti straniere...Venezia, Persia, India, e i khanati di Tataria. Tutti erano venuti...perfino i veneziani...a congratularsi con lui per la sua vittoria sugli austriaci. Perché quella festa era per celebrare quella vittoria, come era stato annunciato in un manifesto scritto di sua propria mano dal Sultano, questo proclama stabiliva che gli austriaci si erano piegati e avevano chiesto il perdono in ginocchio, e che siccome i regni germanici erano così distanti dall'Impero Ottomano, i “credenti non vedevano nessun senso a distruggere la fortezza (Vienna), né a purificarla, migliorarla o ripararla”...
Per quella ragione il Sultano aveva accettato la semplice sottomissione degli spregevoli germanici, e permesso loro di continuare a godere della loro misera “fortezza”.
Solimano accecava gli occhi del mondo con la lucentezza delle sue ricchezze e della sua gloria, e cercava di convincere se' stesso di aver realmente ottenuto quanto desiderava. Non era stato vinto nel campo di battaglia, aveva messo una marionetta sul trono d'Ungheria, aveva devastato l'Austria, i mercati di Istanbul e dell'Asia erano pieni di schiavi cristiani. Con il suo sapere aveva calmato il suo orgoglio ferito, ignorando il fatto che trentamila dei suoi sudditi marcivano davanti alle mura di Vienna e che il suo sogno di conquistare l'Europa era finito.
Dietro il trono, i trofei di guerra...stendardi di seta e velluto strappati ai persiani, agli arabi, ai mamelucchi d'Egitto; tappezzerie senza prezzo tessute con fili d'oro. Ai suoi piedi si ammassavano i doni e i tributi dei principi alleati e dei vassalli. Vi erano tuiche di velluto di Venezia, bicchieri d'oro con gemme incastonate provenienti dalla corte del Gran Moghul, caftani ricamati d'oro di Erzeroum, giade intagliate del Cathai, elmi d'argento persiani con ciniere di crine di cavallo, turbanti dall'Egitto nei quali erano state abilmente concatenate delle gemme, curve spade di acciaio temperato di Damasco, moschettoni d'argento di Kabul, corazze e scudi d'acciaio indiano, e pellicce preziose dalla Mongolia. Il trono era circondato, da un lato all'altro, da una fila di giovani schiavi, abbelliti con collarini d'oro ed una lunga catena d'argento. Una fila era formata da ragazzi greci ed ungheresi, l'altra da ragazze, tutti vestiti solamente di piume e decorazioni ingioiellate, per risaltare la loro nudità.
Eunuchi ben vestiti, con i panciuti corpi stretti da cordoni di fili dorati, si inginocchiarono e offrirono agli ospiti reali sorbetti in calici di pietre preziose, rinfrescati con ghiaccio delle montagne dell'Asia Minore. Le torce danzavano e vacillavano all'unisono dei ruggiti della folla. I cavalli passavano al galoppo davanti alle tribune, con la bava alla bocca, castelli di legno erano preda delle fiamme quando i giannizzeri simulavano una scena della battaglia. Gli ufficiali andavano e venivano tra la folla che gridava felice, gettando pezzi d'argento e rame verso di essa. Quella notte nessuno patì la fame e la sete ad Istanbul...salvo i miserabili caphar progionieri.
Gli inviati stranieri furono vivamente impressionati, stupefatti davanti a quell'oceano di splendore e all'esplosione della magnificenza imperiale. Attorno all'immensa arena, avanzavano pesantemente gli elefanti, con i corpi ricoperti quasi totalmente da gusci di rame e pelli lavorate d'oro, e dalle torri fiorite con gioielli sui loro lombi, i musicisti intonavano fanfare marziali, e vicino al risonare delle trombe, rivaleggiavano col clamore della folla ed il ruggito dei leoni.
I gradini dell'ippodromo erano coperti da un mare di visi, tutti rivolti verso la sagoma coperta di pietre preziose che sedeva sul trono. Mentre migliaia di gole gridavano ed acclamavano con frenesia.
Impressionando gli inviati veneziani, Solimano sapeva di aver impressionato il mondo. In mezzo a quella dimostrazione di magnificenza, gli uomini avrebbero dimenticato che un pugno di audaci caphar, dietro un muro di rovine, gli avevano chiuso per sempre la strada di un impero. Solimano accettò un bicchiere del vino proibito dal Profeta, e parlò con il Gran Visir, che gli si avvicinò.
-Oh, ospiti del mio signore, il Padishah non dimentica nemmeno il più umile in questo momento di felicità. Agli ufficiali che hanno condotto i loro eserciti contro gli infedeli, ha fatto loro i più ricchi doni. Ora ha donato duecentoquarantamila ducati affinché siano ripartiti tra i soldati semplici, e allo stesso modo ad ogni giannizzero ha consegnato una somma di mille asperi.
Nel mezzo del clamore che seguì, un eunuco si inginocchiò davanti al Gran Visir, presentandogli un pacchetto di forma rotonda, accuratamente avvolto e sigillato. Un rotolo di pergamena lo accompagnava, chiusa da un sigillo scarlatto. Questo attrasse l'attenzione del Sultano.
-Oh, amico, cosa ci porti?
Ibrahim salutò. -Qualcosa che ha portato il corriere della posta di Adrianopoli, oh leone dell'Islam. Apparentemente, si tratta di un dono inviato da quei cani austriaci. Gli infedeli, mi sembra di capire, lo hanno consegnato alle guardie di confine, con istruzioni precise di portarlo a gran velocità a Stamboul.
-Aprilo- ordinò Solimano, incuriosito.
L'eunuco si inchinò a terra, e incominciò a rompere i sigilli del pacchetto. Uno schiavo colto aprì la pergamena di accompagnamento e ne lesse i contenuti, scritti da una mano ferma e chiaramente femminile:
“Al Sultano Solimano e al suo Visir Ibrahim e alla sgualdrina Roxelana: noi, che firmiamo i nostri nomi qui sotto, vi inviamo questo dono come testimonianza del nostro incommensurabile affetto e della nostra sincera attenzione".

Sonya di Rogatina, e Goffredo Von Kalmbach.

Solimano, che si era allarmato sentendo il nome della sua favorita, col furore che oscurava ed agitava improvvisamente il suo viso, emise un grido strangolato che fu ripetuto, come un'eco, da Ibrahim. L'eunuco aveva strappato i sigilli dallo scrigno, lasciando vedere quello che conteneva. Un odore acre di erbe e spezie conservatrici riempì l'aria, e l'oggetto, scivolando dalle mani dell'inorridito eunuco, cadde ai piedi di Solimano, contrastando terribilmente coi gioielli, l'oro ed i pezzi di velluto.
Il Sultano lo guardava fissamente e in quell'istante, tutto lo splendore di quella fastosa menzogna scivolò dalle sue mani. La sua gloria si trasformò in burla e polvere. Rosso di rabbia, Ibrahim si strappava la barba, con un ansimare soffocato.
Ai piedi del Sultano, con i tratti segnati in una maschera di morte e di orrore, giaceva la testa mozzata di Mikhal Oglu, l'avvoltoio del Grande Turco.
:brindisi: :brindisi: FINE DEL RACCONTO :brindisi: :brindisi:

Bravi, gran bel lavoro. B)
Chiudo il post per non farlo riempire di commenti, per parlare del racconto aprite un post a parte. [Cata]
Offline Profile Goto Top
 
1 user reading this topic (1 Guest and 0 Anonymous)
DealsFor.me - The best sales, coupons, and discounts for you
« Previous Topic · SALONE PUBBLICO · Next Topic »
Locked Topic

Theme: Zeta Original Track Topic · E-mail Topic Time: 6:36 PM Jul 13
Hosted for free by ZetaBoards · Privacy Policy